"La Repubblica" 06 maggio 2007, PRIMA PAGINA

NEI GRANDI ROMANZI LE RADICI D' EUROPA

"La Repubblica" 17 giugno 2007, PRIMA PAGINA

GLI SCRITTORI CHE HANNO FATTO L' EUROPA

EUGENIO SCALFARI

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NEI GRANDI ROMANZI LE RADICI D' EUROPA Ho dedicato il mio articolo di oggi ad un tema non politico ma culturale: l' importanza della letteratura nella formazione di un' identità europea. E' un argomento seducente e preliminare rispetto all' identità politica ed economica del nostro continente. Ma prima d' entrare nel merito, non posso esimermi dallo scrivere un paio d' osservazioni su uno scontro assai aspro che è in atto da ieri tra Silvio Berlusconi e il governo di Romano Prodi a proposito del disegno di legge in materia di conflitto di interessi. Esso è da tempo all' esame del Parlamento e sembrava andar per le lunghe, sopravanzato da altri atti di legislazione che sono parsi più urgenti. Ma venerdì scorso si è verificata un' accelerazione; è stato approvato un articolo di quel disegno di legge che stabilisce l' incompatibilità tra incarichi di governo e patrimoni superiori a 150 milioni. L' articolo indica anche il modo con cui superare l' ostacolo: conferire il patrimonio esuberante ad un "blind trust", un fondo cieco, amministrato da un gestore nominato da un' autorità indipendente e munito di ampi poteri che dovrà esercitare all' insaputa del titolare di quel patrimonio, di modo che non sorga conflitto tra le decisioni dell' uomo di governo e i suoi interessi privati. Berlusconi, nell' apprendere che il Parlamento aveva innestato la marcia su quel disegno di legge a lui particolarmente ostico, ha parlato di killeraggio politico e di provvedimento che segnerebbe la fine della libertà e della democrazia. I suoi sodali di Forza Italia, come al solito, gli hanno fatto eco. Nell' Unione di centrosinistra si sono accesi contrasti. Mastella ha subito dichiarato che non voterà quella norma liberticida. Il socialista Boselli ha ammonito che risollevare quel tema serve soltanto a ricompattare il centrodestra. Altri (Diliberto) hanno sostenuto invece che il testo governativo sia fin troppo blando e vada radicalmente indurito. Prodi si è limitato ad osservare che la soluzione del "blind trust" ricalca il modello seguito negli Usa e quindi non può essere tacciato come liberticida. Osserviamo in proposito quanto segue.

1. Una legge che regoli il conflitto di interessi figurava ai primissimi posti del programma elettorale approvato da tutti i partiti di centrosinistra i quali hanno più volte fatto autocritica per non averlo sollevato con sufficiente energia nella precedente legislatura.

2. E' già passato un anno dall' insediamento del governo Prodi. Se dunque all' inizio del secondo anno il tema viene finalmente affrontato non si vede quale sia lo stupore che coglie gli interessati. Non deve un governo rispettare gli impegni assunti solennemente di fronte ai suoi elettori?

3. Alcuni osservatori temono che l' accelerazione improvvisa dell' iter parlamentare sia una manovra tattica di Prodi per spingere il suo rivale a riesumare la grinta d' un tempo abbandonando il recente "buonismo" che non sarebbe gradito al presidente del Consiglio. Si tratta in questo caso d' un processo alle intenzioni che non ha prove a suo sostegno. Il conflitto di interessi - lo ripeto - era ai primissimi posti del programma elettorale. Affrontarlo ora non può essere giudicato un' accelerazione sospetta ma semmai un ritardo non spiegabile.

4. L' argomento di Boselli è ridicolo. Se il tema in questione ricompatta il centrodestra (ma non sembra) e quindi non deve essere sollevato, non si vede perché fu giudicato essenziale durante la campagna elettorale. Boselli ha firmato anche lui quel programma. Dov' è la sua coerenza? Naturalmente si tratta di un testo aperto e può esser modificato. L' iter parlamentare non serve proprio a questo? Il resto è pura chiacchiera. Aggiungiamo che sarebbe grave decelerare ora l' esame del testo e procedere a singhiozzo. Ora bisogna procedere con saggezza e con fermezza. Un comportamento ondivago, quello sì, giustificherebbe sospetti e critiche motivate.

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Ed ora passiamo a "più spirabil aere". Dodici università europee, interpellate dal professor Roberto Antonelli, preside della facoltà di Scienze umanistiche alla Sapienza di Roma, hanno risposto ad un ampio questionario i cui risultati saranno illustrati tra poche settimane in un convegno. Qualche anticipazione è già stata pubblicata su "Repubblica" del primo maggio in un articolo di Simonetta Fiori. Il tema è a mio avviso della massima importanza: esiste un' Europa della letteratura? Esiste un canone identitario, una biblioteca condivisa in cui i lettori europei possano identificarsi per gusto, per sintonia culturale ed anche per emozioni sentimentali?

La Fiori ha dato ampio resoconto delle domande poste da Antonelli e delle risposte ricevute, ma penso valga la pena di ritornarci sopra: l' argomento è affascinante, gli autori e le opere selezionati coinvolgono la cultura di molte generazioni di europei fino ad arrivare alla nostra e a quella immediatamente successiva. Poi però è avvenuta una cesura. Direi una drammatica cesura: le generazioni successive hanno rallentato la frequenza e la varietà delle loro letture fino ad abbandonarle quasi completamente. L' apprendimento avviene ormai in misura quasi esclusiva attraverso suoni e immagini che impattano sulla persona che li riceve attraverso sensazioni emotive senza trasformarsi in elaborazioni della mente, in associazioni di idee e in pensieri. Gli stessi "best sellers" che dominano il mercato librario e sui quali si concentra la richiesta dei lettori residuali raccontano trame, rebus polizieschi da svelare, ma si arrestano dinanzi alla psicologia dei personaggi, alla loro complessità, all' atmosfera dei luoghi. Una scrittura come quella di Dostoevskij, di Kafka, di Thomas Mann, attrae pochi lettori contemporanei e così Proust e così Svevo e Flaubert e Joyce. Cito questi autori perché essi compaiono ai primi posti della "biblioteca condivisa" e del "canone europeo" che ad essa sottende, secondo l' opinione dei docenti di letteratura che hanno risposto al questionario di Antonelli. Sembrerebbe dunque che questo canone riguardi più il passato che il presente e che non esista più una biblioteca condivisa tra i giovani europei, per la semplice ragione che gli spazi un tempo riservati ai libri sono stati occupati prevalentemente da dvd e da supporti informatici dove si scarica la musica dei gruppi "rock" oppure da romanzi americani o libri di fumetti.

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Non di meno i classici esistono ancora nonostante la rarefazione delle vendite in libreria. Vorrei dire a questo proposito che una delle più riuscite operazioni di acculturazione di massa è stata quella compiuta negli ultimi quattro anni dai giornali italiani e in particolare dal nostro con la distribuzione di circa 30 milioni di volumi i cui punti di riferimento sono stati i classici - maggiori e minori - della letteratura non solo italiana ma europea e americana. Questo è solo un segnale di mercato e riguarda le tecniche del marketing. Ma ci sono altri sintomi più permanenti. In realtà esistono due pubblici e due mercati; uno numericamente più limitato e tuttora molto sensibile ai classici della letteratura; l' altro apparentemente in fuga verso segni diversi dalla scrittura. Un terzo mercato - degli autori contemporanei - ha ancora proporzioni di nicchia e un' assai modesta circolazione all' estero. Ma - ecco un punto che merita d' esser segnalato - i giovani autori hanno formato la loro educazione letteraria sui testi classici del Novecento, Calvino in particolare, Eco, Salinger, Philip Roth, Saul Bellow e Milan Kundera. Di solito la loro è un scrittura minimalista oppure para - poliziesca e anche di denuncia civile (Saviano). Ma senti che il loro canone letterario ha ascendenze prossime e remote, filtrate e aggiornate alla società di oggi. Non nasce da zero ma anzi si rifà, anche esplicitamente, ad una genealogia letteraria che viene da lontano e della quale i giornali sono stati un tramite efficace con caratteristiche non elitarie ma di massa.

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Il canone europeo delle dodici Università ha dunque una sua validità se non altro indiretta. Filtra attraverso le generazioni come una musica di sottofondo, a volte aumenta d' intensità, altre volte declina in uno stato di latenza senza mai però scomparire del tutto. Anche il cinema contribuisce a mantenerlo attuale, sia pure con le modalità e le deformazioni che sono proprie del suo linguaggio. La scuola e un' aliquota sia pur ristretta di famiglie si adoperano meritoriamente in questa direzione e così pure le vecchie biblioteche casalinghe dei padri e dei nonni. Ma vorrei ora discutere di quel canone e delle sue classifiche. Dalle quali - volutamente - è stata esclusa la saggistica, la filosofia e anche la poesia lirica. La saggistica perché troppo frazionata e specializzata, la filosofia in quanto deposito del pensiero astratto e preliminare ad ogni attività dello spirito e quindi riservata ai pochi; la poesia lirica per ragioni connesse alla sua traducibilità: l' azione formativa della poesia è in crescita entro i confini della lingua originaria ma raramente riesce a varcarli e quindi ad entrare in contatto con l' opinione colta di dimensioni continentali. Sono insomma i romanzi e i poemi a formare il canone europeo e quello indicato dalle dodici Università non riserva a questo proposito sorprese. Troviamo ai primi posti Cervantes, Dante, Goethe, Dostoevskij, Shakespeare, Proust. Per il Novecento, Joyce, Thomas Mann e Kafka. Tra le opere Amleto viene prima del Faust e Guerra e pace si colloca prima di Delitto e castigo e dei Karamazov. Comunque sono tutti lì, a pochissima distanza di punteggi gli uni dagli altri.

Ma qualche osservazione si può fare su queste classifiche e la prima che mi viene in mente riguarda l' autore (o gli autori) dell' Iliade e dell' Odissea. Omero figura in tutte le risposte delle Università, ma collocato al fondo della classifica; anche in quella delle opere i due poemi si trovano agli ultimi posti; in particolare l' Odissea segue e non precede l' Iliade. Questa scelta a me sembra incongrua. I poemi omerici rappresentano il punto di partenza della letteratura occidentale, un riferimento costante, un simbolismo antropologico fondamentale e una mitologia ancora vivente nelle nostre letterature. Gli eroi dell' età del bronzo raffigurati nell' Iliade - e gli Dei che ne guidano le azioni - materializzano almeno quattro diversi destini: Achille, la bellezza della forza e della guerra; Ettore, la difesa della città e la "pietas" che sarà poi ripresa da Virgilio e fatta rivivere nel personaggio di Enea; Agamennone, il potere tronfio e capriccioso; Odisseo, la superiorità dell' intelligenza. L' Odissea in particolare è il primo romanzo della letteratura occidentale e il suo protagonista non è più uno degli eroi che ha dato prova di sé sotto le mura di Troia, ma una figura del tutto diversa, contraddittoria e per questo modernissima che infatti ritroviamo infinite volte nelle letterature europee, da quella medievale (vedi il canto a lui dedicato nell' Inferno dantesco) fino alle ispirazioni nietzschiane, per fornire infine il modello di riferimento a Joyce e alla sua opera fondamentale.

A mio avviso Omero dovrebbe capeggiare il canone europeo sia per quanto riguarda gli autori che per quanto riguarda le opere. Così pure Tolstoj mi sembra sacrificato dal giudizio delle dodici Università. E' vero che Guerra e pace viene collocato ai primi posti ma la grandezza del suo autore non è certo affidata soltanto a quel romanzo. La Karenina non è da meno e non sono da meno i racconti della seconda fase della produzione tolstojana, quelli sull' ossessione della morte che rivelano una personalità complessa, in parte dissociata e alla fine addirittura schizoide, che si esprime attraverso testi di grandissima espressività artistica. Il confronto tra i due grandi russi è stato per tutto il Novecento uno degli argomenti più frequentati dalla critica. Raffronto improprio poiché si tratta di artisti non paragonabili, ma tuttavia inevitabile a causa del fatto che sono emersi negli stessi anni e dalla stessa società. C' è chi ha privilegiato l' uno, e chi l' altro. Diciamo che, almeno per quanto riguarda la mia generazione, i due scrittori russi da un lato e i francesi Balzac, Flaubert, Stendhal e Proust, hanno costituito il nostro canone di formazione letteraria e di identificazione europea. Pensare che l' unità del nostro continente, oltre che attraverso istituzioni economiche e politiche comuni, possa rafforzarsi per mezzo d' una biblioteca condivisa, è certamente un contributo importante ma, va detto, nient' affatto nuovo. Un canone letterario europeo c' è sempre stato, proprio attraverso le università in tutta l' epoca medievale e poi, dal Petrarca in avanti, fino a Proust e Thomas Mann, passando appunto per i francesi, per i russi e prima ancora per Goethe. In tempi di procelle intellettuali e morali come quelli attuali, è bene tornare a quell' ancoraggio che ci fornisce identità e coscienza di noi stessi.

 

 

GLI SCRITTORI CHE HANNO FATTO L' EUROPA Il 6 maggio scrissi un articolo sul canone letterario europeo dando notizia di una iniziativa presa dal preside della facoltà di Lettere umanistiche della Sapienza di verificare quali fossero oggi gli autori e le opere che, a giudizio di docenti e studenti, avevano contribuito a formare la civiltà letteraria e morale del nostro continente.
Ritenevo che quella ricerca fosse importante e preannunciavo che a metà giugno i risultati sarebbero stati presentati in un convegno cui avevano già aderito molte Università europee. Il convegno, come “Repubblica” ha già riferito due giorni fa, si è svolto il 15 e il 16 scorsi con ampia partecipazione di docenti di tutta Europa. Debbo alla cortesia del Rettore e del preside della facoltà d'esser stato anch'io invitato a svolgervi una relazione.
Il tema del convegno, che ha chiuso ieri sera i suoi lavori, merita attenzione. In tempi che non sembrano favorevoli all'idea di Europa l'apporto della cultura può essere essenziale. Del resto così è stato fin dall'alto Medioevo e le Università vi svolsero un ruolo determinante a Parigi, a Bologna, a Heidelberg, a Oxford, a Salamanca, a Lubecca, a Praga e in tante altre città. Ai tempi nostri molte cose sono ovviamente cambiate ma la cultura resta un fattore primario nella formazione dello spirito europeo.
Le Università che hanno risposto all'iniziativa della Sapienza hanno indicato gli scrittori e le opere più presenti nel canone europeo, mettendo ai primissimi posti Dante, Cervantes, Shakespeare, Goethe, Tolstoj, Flaubert, Proust e poi molti altri. Omero occupa in questa enumerazione variabile nel tempo come tutti i canoni repertoriali, un posto a sé: gli si riconosce un ruolo di fondatore del romanzo agli albori della civiltà ellenica e dei miti che nutrirono poi la cultura e la poesia latina divenendo infine patrimonio di tutto l'Occidente. Quindi un'influenza essenziale anche nella formazione del canone europeo senza tuttavia farne direttamente parte. Come dire che l'Iliade e l'Odissea sono patrimonio dell'umanità e non soltanto dell'Europa. Così anche la Bibbia e le Sacre Scritture delle varie religioni e teosofie. Questo è il quadro entro il quale si è svolto il dibattito della Sapienza, un tema affascinante con implicazioni attuali che vanno oltre la letteratura coinvolgendo l'insieme delle arti ma anche la filosofia, l'etica e la politica se intesa, come sempre si dovrebbe intenderla, come visione del bene comune.
Nella pregevole relazione svolta ieri mattina Cesare Segre ci ha ricordato che il canone letterario europeo nasce nel XVI secolo; infatti è in quell'arco di anni che il romanzo moderno fa le sue primissime prove, affidate alla signora de La Fayette e alla sua “Princesse de Clèves”. Milan Kundera nella sua “Arte del romanzo” va ancora più indietro e risale a Rabelais e ai suoi Gargantua e Pantagruel.
Se per canone intendiamo una sorta di repertorio di autori e di opere circolanti in Europa, conosciute dalla società dei dotti e quindi influenti sulla formazione del gusto, dei modi di sentire e insomma di una civiltà non bloccata nei confini della geopolitica, allora la datazione è certamente quella.
Ma se vogliamo inventariare le forme della comunicazione artistica che hanno raggiunto, ciascuna nella sua epoca, l'opinione pubblica europea e si sono stratificate e metabolizzate nelle fasi successive fino a formare la civiltà dell'Europa, credo che si debba risalire molto più indietro: ai“troubadours” di Provenza e di Aquitania che diffusero l'ideale dell'amore cortese nei castelli di Francia, di Spagna, e di Sicilia, di lì risalendo per tutta Italia fino a trovare nella Toscana del Guinizelli e di Cino la loro forma poetica più compiuta.
Diciamo pure che di lì ha inizio la letteratura romanza, con lo strumento d'una lingua appena in formazione e non ancora coincidente con le varie nazioni; una sorta di lingua franca, parlata a Londra come in Normandia, a Lione come a Bordeaux, a Parigi come a Bologna, a Milano, a Bruges, a Digione.
Il canone europeo propriamente detto non c'era ancora ma si stavano costruendo gli strumenti che l'avrebbero reso possibile. Stavano sorgendo dal basso le premesse per quella poetica laica – nel senso di non legata alle liturgie religiose – che in Italia si sarebbe manifestata nell'ispirazione creativa che da Guido Cavalcanti va, attraverso la “Vita Nova” fino al Petrarca e poi al Tasso, al Foscolo, a Giacomo Leopardi e (aggiungo io) a Montale.
So che anche questa è una nomenclatura che rischia di sacrificare alla classificazione il patrimonio vivente delle singole opere, ma il canone se inteso come classificazione, serve a formare una prima bussola per orientare scrittori e lettori, la formazione del gusto e delle mode, dell'apprendimento e delle libere scelte creative.

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Se dalla preistoria del romanzo moderno vogliamo compiere un passo avanti, troviamo “Candide”. Si dirà che si tratta più d'un apologo che d'un romanzo ed è certamente così. Ma un apologo è pur sempre racconto e il “Candide” volterriano ebbe ai suoi tempi una tale forza d'urto sull'opinione pubblica europea che difficilmente fu superata nei secoli successivi prima di “Guerra e pace” e soprattutto di “Anna Karenina”. Qui non parlo più della società dei dotti, ma dell'opinione pubblica: un fenomeno relativamente recente, che ha inizio in Francia con gli enciclopedisti e con apologhi, appunto, del genere di “Candide” e in Inghilterra con la libellistica che ebbe in Swift il suo maggior campione.
Ma ora entriamo nel cuore vero e proprio del tema che ci occupa: la grande stagione del romanzo che vede fiorire nello stesso tempo le opere dei grandi russi e dei grandi francesi. Soprattutto Tolstoj, Balzac, Flaubert, Stendhal. A distanza di pochi anni Marcel Proust e la “Recherche”.
Non ho né i titoli né lo spazio per approfondire quella importante stagione della letteratura europea. Dirò soltanto quale fu il suo impatto sull'opinione pubblica. Un impatto formidabile. Intanto perché, per quanto riguarda i romanzi francesi, non c'era praticamente bisogno di traduzione: la borghesia cittadina usava ampiamente il francese come seconda lingua e ciò assicurava la diffusione delle opere nella versione originale. Lo stesso francese fu usato per la traduzione “europea” dei romanzi russi che circolarono infatti soprattutto in quella lingua in tutte le nazioni del Continente.
Quanto all'effetto di quei romanzi sul pubblico dei lettori, pur nella differenza degli stili e delle vicende narrate, esso fu quello di trasmettere lo spaccato d'una società attraverso personaggi e vicende private, intrecciate strettamente alle vicende e ai personaggi pubblici. Ai costumi e ai pregiudizi dominanti, alla pressione che esercitavano sull'esistenza delle persone e sui loro rapporti sociali. Il conformismo e la ribellione contro di esso, la cupidigia e il potere, la generosità e l'ipocrisia, il coraggio e la viltà costituirono il telaio sul quale l'arte del romanzo ottocentesco si esercitò creando una sorta di epopea borghese nella quale il pubblico si specchiò e l'opinione generale prese forma e consistenza.
Proust rappresentò la conclusione e al tempo stesso l'inizio d'una fase nuova. Nel “Tempo ritrovato” allestì il sontuoso funerale dell'aristocrazia, costruì il modello d'una società nevrotizzata scegliendo se stesso come documento e testimonianza; costruì la nuova forma-romanzo in cui la trama – cioè l'urto dell'io col mondo esterno – cede il posto al viaggio dell'io dentro se stesso nelle più riposte latebre dell'inconscio e nei recessi della memoria involontaria. Era difficile che avesse imitatori, ma non si capirebbero ne Virginia Woolf né lo stesso Joyce senza Proust, sebbene le vite di questi grandi siano state più o meno contemporanee.
Imitatori no, ma seguaci sì. In Italia ancora negli anni Cinquanta del secolo scorso i lettori che definirei proustiani militanti erano numerosi in tutto il paese e ben lo sanno gli editori e i giornalisti del “Mondo” e dell' “Espresso” di quegli anni, che ebbero nei proustiani lo zoccolo duro del loro pubblico.

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Si è parlato molto, nel convegno della Sapienza, di Shakespeare e di Goethe. Mi auguro che Roberto Antonelli, promotore di questa meritoria iniziativa, faccia pubblicare almeno in qualche sito della rete i testi registrati.
L'influenza esercitata dall'autore dell'Amleto, di Romeo e Giulietta, del Riccardo III, dell'Enrico V e della Tempesta sul pubblico europeo è stato enorme. Mi permetto di dire: soprattutto nel Novecento. Attraverso il teatro, certo, ma anche attraverso la lettura dei testi e la trascrizione cinematografica di alcuni di essi. Il cinematografo negli ultimi settant'anni si è collocato legittimamente accanto alle altre arti con pari dignità anche se con una differenza non da poco: ha sostituito l'autore individuale con un “cast” di autori del quale fanno parte il soggettista, lo scenografo, il regista, il fotografo, il produttore, gli attori. Una novità non dappoco, destinata a cambiare i parametri d'un canone che volesse repertoriare i prodotti del cinema.
Dicevo che non mi azzardo ad approfondire il tema Shakespeare neppure per accenni. Tanto meno il tema Goethe, altro gigante che troviamo nel canone letterario. Ma un'osservazione posso fare sull'autore del Faust: il suo rapporto con l'opinione pubblica è stato assai più limitato della sua potenza letteraria. Non parlo ovviamente di diffusione quantitativa nelle biblioteche delle famiglie europee. Io non credo che la pubblica opinione europea abbia sentito l'influsso goethiano. L'arte, la letteratura, il romanzo occidentale gli debbono molto. Le modalità della scrittura, la classicità dello stile, la passionalità del “romantik”, hanno avuto in Goethe un modello costante. Ma l'opinione pubblica di oggi non ha introitato il suo lascito letterario e culturale. Molto di più quel pubblico ha sentito e sente Kafka. Pietro Citati, che ha studiato a fondo sia l'uno che l'altro, potrebbe spiegarci il perché.
Anzi: chi ha letto i suoi libri su quei due scrittori la risposta a questa domanda può già averla avuta.

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I lettori mi perdoneranno se ho divagato e dilungato: un tema come quello del canone letterario affascina a tal punto che non vorresti lasciarlo e continuare a discuterne in un ideale convivio con i lettori.
Ho accennato all'ingresso del cinema accanto alle altre arti, ma voglio aggiungere al cinema anche la televisione che nella civiltà delle immagini in mezzo alla quale viviamo sempre più immersi da mezzo secolo in qua rappresenta il maggiore strumento di comunicazione.
Anche la televisione – nonostante la peculiarità del mezzo e la sua necessitata dipendenza dagli indici di ascolto – può avere ed anzi ha il suo canone qualitativo. Purtroppo però presenta una singolarità rispetto a tutti gli altri strumenti di comunicazione: se fosse possibile redigere un elenco repertoriale al negativo, la televisione ne guadagnerebbe sicuramente la palma a molte distanze di vantaggio su tutti gli altri mezzi, cinema compreso.
La devastazione delle coscienze, della cultura, dei comportamenti e dei modi di sentire e di pensare prodotta dalla televisione commerciale in tutti i paesi a cominciare dal nostro, è stata immensa e difficilmente reversibile. Ha desertificato la morale, l'autonomia del giudizio, la sobrietà del costume, la privatezza dei sentimenti, il garbo, l'eleganza. Ha soppresso il silenzio. Ha confiscato il tempo libero. Ha imbarbarito il linguaggio. Le nuove invasioni barbariche hanno sede e forse addirittura origine nella televisione.
Ciascuno di noi denuncia questo stato di cose e nel contempo ne è servo. C'è dunque un barbaro in ciascuno di noi? Ecco una questione politica – sì, politica – che andrà prima o poi posta senza reticenze perché riguarda, al fondo, la nostra libertà.

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