Riaggiustamento o legittimazione? Canone “europeo” e letterature “minori”.

Luigi Marinelli - “Sapienza” Università di Roma

O, Divina Commedia, cosa sei dunque?
Opera maldestra del piccolo Dante?
Immensa opera del grande Dante?
Opera mostruosa del perfido Dante?
Recitazione retorica del bugiardo Dante?
Vuoto rituale dell'epoca dantesca?
Fuoco d'artificio? Fuoco vero?
Irrealtà?
O forse l'intreccio difficile e complesso tra la realtà e l'irrealtà?
Spiegaci, o Pellegrino, come dobbiamo fare per giungere a te?
W. Gombrowicz, Su Dante

Dove posso sentirmi a casa mia? Questa fu la mia più lunga ricerca,
cercare questo rimane la mia più lunga tribolazione
Friedrich Nietzsche, Così parlò Zarathustra


 

A mo' di epigrafe, faccio parlare all'inizio Witold Gombrowicz, dal suo schizzo Su Dante1 (su Nietzsche torneremo da ultimo), che, tra altri, fece molto adirare il nostro Ungaretti il quale – sia detto per inciso – non ne capì, o non ne volle capire, le motivazioni profonde:

Il libro su Dante del polacco – scrisse – è pura cretineria. È assurdo aver pubblicato una cosa simile. Ho fatto a pezzi e ho gettato al diavolo questo scritto stupido, stupido come nessun altro2.

Il libello gombrowicziano, anche e tanto più letto attraverso la furia che suscitò nelle reazioni alle parole irriverenti e iconoclaste che impiega tacciando la Commedia di “opera sempliciotta, scadente, noiosa, fiacca”3, mi pare invece centrare appieno il tema che stiamo affrontando in questa sede:

Io che mi metto in contatto con quel tale Dante attraverso la sciame, il turbinìo di sei secoli colmi di esistenza, io che mi tuffo nel tempo già risolto e concluso per afferrare lui, già morto, quel tale “ex” Alighieri… Nella nostra convivenza con i morti l'unico elemento anormale è che essa sia così normale. Diciamo: visse, morì, scrisse La Divina Commedia , e ora me la leggo io…
Eppure il passato è qualcosa che non esiste. […] da quando vivo io, esso è qualcosa “che fu”. […]
Un cosa salta subito agli occhi: provenienti dal passato, giungono fino a me soltanto gli uomini più importanti […] Il mio atteggiamento nei loro confronti è però sufficientemente personale? Annetto una enorme importanza personale a questa domanda
4.

Certo, si possono leggere queste parole come un'espressione estremistica di quell'”ansia dell'influenza” di cui parlava Harold Bloom5, e quindi della (comprensibile) rivolta di un grande scrittore, mosso dalla coscienza di appartenere a una letteratura considerata “minore” e sostanzialmente emarginata dal canone europeo e “occidentale”.
Ma Gombrowicz scrittore, finissimo letterato e intellettuale di grandi idee e grandi passioni, è ben lontano da qualsivoglia sciovinismo e provincialismo, e infatti mette in opera un'inaudita strategia di demolizione anche e soprattutto nei confronti del canone “nazionale” e – tacciandolo di ”Omero di seconda categoria” e “scrittore secondario di prim'ordine”
6 – proprio nei confronti di quell'Henryk Sienkiewicz che non a caso, anche in favore di una certa “polonità”, nel 1905 aveva avuto il premio Nobel per il romanzo Quo vadis?. La posizione anarchica e integralmente anticanonica di Gombrowicz nasce ovviamente da tutta la sua costruzione concettuale su quella che lo scrittore polacco chiama la “Forma”:

Ciò che dà più fastidio ancora è che il nostro atteggiamento verso le realizzazioni [del passato, L.M.] è stato completamente distorto. A scuola, in casa, ci hanno insegnato solamente il rispetto e la venerazione, e invece la nostra visione dei Grandi è duplice: mi prosterno, sì, sono pieno di ammirazione, ma nello stesso tempo li commisero e li tratto con disdegno. Valgo meno io, perché sono loro i Grandi. Ma valgo anche di più, perché sono venuto dopo di loro, il mio è un grado di sviluppo più elevato7.

Diciamocelo francamente: con (per sua stessa ammissione) “brutale” e “diretta”8 sincerità, Gombrowicz pone la domanda più importante: a che servono i Grandi del passato, intesi non come “realizzazioni”, ma come “uomini veri”9, se non m'interessa davvero farli ri-vivere e vivere accanto a me?

Che cosa dovrebbe significare per me il passato del genere umano? […] Che cosa debbo cercare nel passato: uomini o, piuttosto, una distaccata dialettica dello sviluppo?10.

L'antropologia poetica e l'ermeneutica della storia del pamphlet di Witold Gombrowicz Su Dante ci pongono alla fine faccia a faccia col buco nero e con l'enigma fondamentale della vita umana: molto di ciò che costruiamo, materialmente e soprattutto intellettualmente, quindi anche la “norma” estetica e memoriale fissata nella “forma” del canone, è un tragico (ma spesso anche comico) “tentativo di organizzare il caos”11, ed è un palliativo: serve ad attutire, a nascondere, ad anestetizzare il dolore, ma sul dolore “su di esso, e non su altri, è basata l'intera dinamica dell'essere: Eliminate il dolore, e il mondo si farà indifferente…” […] Già, il Dolore fa divenire reali. Soltanto il Dolore, l'unico, è in grado di unire attraverso il tempo e lo spazio, solo il Dolore riduce le generazioni ad un comune denominatore”12. Il dolore, possiamo forse aggiungere, e il suo apparente contrario: il piacere, quel misto di godimento (nel doppio senso di plaisir e jouissance di Barthes) e di sgomento di cui – secondo Frank Kermode – si compone la lettura di un'opera canonica13.
Ecco. Con Gombrowicz siamo giunti al cuore del dibattito novecentesco sul canone letterario, con un superamento in chiave anarco-esistenzialista, di quell'aporia monumento/documento, già indicata da Karl Marx un secolo prima. Ricorre (o piuttosto ricorreva spesso in passato) la citazione dell' Einleitung del 1857, in cui, contrapponendo tempo storico e tempo estetico, Marx scriveva:

La difficoltà non sta nell'intendere che l'arte e l'epos greco sono legati a certe forme dello sviluppo sociale. La difficoltà è rappresentata dal fatto che essi continuano a suscitare in noi un godimento estetico e costituiscono, sotto un certo aspetto, una norma e un modello inarrivabili14.

Il problema del canone, infatti, non riguarda solo una temporalità ovvia come quella rappresentata da chi giustamente vuol vedere le opere inserite in un ben distinguibile contesto (ovvero in un conflitto) storico, politico, sociale, etnico, filosofico, religioso ecc. E così, paradossalmente, Marx con la sua dichiarazione di “difficoltà” in un certo senso precedeva quei critici che – da Croce, a Eliot a Bloom, fino a Kermode – sono interessati piuttosto alla metastoricità dell'opera letteraria (e quindi a una, sia pur relativa, fissità e universalità del canone).
Le posizioni idealiste ed elitiste di quei critici, non per caso quasi tutti anglo-sassoni (in questo non proprio opposte a quella anarco-individualista di un Gombrowicz – “ridurre le generazioni ad un unico denominatore”), proprio in un secolo dominato o piuttosto “schiacciato” dalla Storia come il Novecento hanno inevitabilmente suscitato la sacrosanta reazione di chi (popoli, minoranze e ceti subalterni in senso etnico, politico, religioso, di genere; in primo luogo: le donne
15) ha dovuto e continua a dover subire (spesso, e non retoricamente: nel dolore ) l'oppressione di una visione capitalistico-borghese, patriarcale e fallologocentrica di una cultura e di una letteratura che – per loro stessa natura – sarebbero un fatto “alto”, cioè elevato al di sopra dello spazio-tempo della ”massa” e della loro stessa contemporaneità: si pensi alle touchstones di Mattew Arnold ( The Study of Poetry , 1880 e, di seguito, all'idea dei Great Books di Adler e Hutchins (Robert Hutchins, Education for Freedom , 1943).
A questo punto, però, c'è da chiedersi: è possibile oggi analizzare i rapporti di forza fra letterature e culture cosiddette “maggiori” e “minori” (da cui fatalmente consegue anche l'elaborazione di un canone macroareale come quello “europeo”) con strumenti simili a quelli che gli studi di genere e post-coloniali hanno introdotto all'interno della critica nei singoli contesti locali?
In linea di principio sì, perché si tratterebbe solo di un allargamento del campo di osservazione, e ciò che vale per i singoli contesti “nazionali” non si capisce perché non debba valere per ambiti più vasti. Fra questi – la “letteratura europea”, concetto di per sé fluido e ibrido (come peraltro tutte queste definizioni areali): più che “nazionale” o persino “germano-slavo-romanza”, e meno che “occidentale” o ovviamente “mondiale”, quello di letteratura europea è un concetto astratto dal quale i suoi “parlanti”, anche più colti, spesso elidono parti imprescindibili forse senza nemmeno volerlo: come sappiamo è anche il caso dell'ottimo Curtius e della totale esclusione del mondo centro-orientale d'Europa dalla sua Europäische Literatur; o quand'anche considerino certi fatti e fenomeni, tendono a marginalizzarli all'interno di un rapporto fisso fra centro e periferia che – spostato sul piano urbanistico – rivela una visione della città men che ottocentesca
16: si veda la nozione di Europas Randgebiete , coniata da Karl Langosch per la definizione della latinità medievale di “regioni marginali”, quali Polonia e Boemia, Scandinavia, Italia meridionale e Penisola Iberica17; ma, senza allontanarci troppo da casa nostra, è anche il caso del recente compendio di Piero Boitani su Letteratura europea e Medioevo volgare18 o, in parte, persino della eccellente sintesi sul genere romanzo curata da Franco Moretti19, che, con la scontata, e nella nostra ottica tanto più significativa, eccezione della Russia, considera molto “marginalmente” le aree e i romanzieri dell'Europa nordica, centrale e sud-orientale. Eppure, sia ieri che oggi, ce ne sono ben stati, e di grandi20
Anche dall'appassionato assalto gombrowicziano a Dante di cui sopra, abbiamo capito che gli scrittori polacchi (qui presi solo ad esempio del rapporto dialettico fra letterature cosiddette “minori” e “maggiori” o, per riusare i termini di Bloom, fra centro e margini del canone europeo
21) hanno da sempre avuto la coscienza e la nozione dell'appartenenza europea della loro letteratura. Nella stratificazione delle varie dominanze (o egemonie) e relative subalternità, e nella dialettica lingua/letteratura che compone l'unità nella diversità della letteratura europea, dopo le lingue “universali” antiche e premoderne, l'epoca dei volgari ha introdotto gerarchie e primati linguistico-culturali (l'italiano nel Rinascimento, il francese fra Sei e Settecento, l'inglese e poi, l'anglo-americano dal secondo Novecento ad oggi) che, come “modelli-mondo”, hanno svolto funzione selettiva e di raccordo verso altre letterature “nazionali” che – per vari motivi, ma è chiaro: soprattutto politici, “maggiori” e “minori” (lingua e letteratura tedesca, spagnola, portoghese, russa ecc.) – sono entrate a pieno diritto nel puzzle , o meglio nei puzzle quadridimensionali della letteratura europea, cambiandone caleidoscopicamente forme, contorni, colori, fino al suo allargamento, per così dire, extradiegetico, alle letterature nord- e sud-americane22. Ad altre culture e letterature come quella polacca (e ovviamente non solo) – anche qui per vari motivi, ma è chiaro: soprattutto politici, e non per caso soprattutto negli ultimi due secoli – non è stato concesso il ruolo di comprimarie23. Prova banale di tale fatto, abbastanza eloquente nella sua immediatezza linguistica, è che, una volta scelto di scrivere le loro opere nelle lingue dominanti (ancora latino per il Seicento; francese per il Settecento; inglese per il tardo Ottocento), tre grandi scrittori di appartenza e formazione culturale prettamente polacca sono stati immediatamente annessi (o ammessi), se non proprio al canone, al corpus letterario “europeo”, con tanto di relativa snazionalizzazione della loro opera. Mi riferisco ovviamente a Kazimierz Sarbiewski (o meglio Sarbievius, massimo poeta dell'internazionale gesuitica seicentesca, ammirato dai metafisici inglesi come da Goethe e da Coleridge); e poi a Jan Potocki, l'autore del Manuscript trouvé a Saragosse ; infine a Józef Teodor Konrad Korzeniowski, infatti assai più noto col nome di Joseph Conrad, l'”England Polish Genius” secondo la definizione di Bertrand Russel, dove appunto il termine dell'appartenenza nazionale e culturale di Conrad, polish , risulta attributo affatto ancillare e, mi si permetta, colonialmente subordinato al nome dell'Impero (anche linguistico-letterario), che non a caso, attraverso certi suoi schietti rappresentanti come Rudyard Kipling, avrebbe sentito il mondo morale di Conrad come “extremely un-English”24. Viceversa, non meraviglia che un recente ministro polacco dell'Istruzione, il clerico-nazionalista Roman Giertych, abbia proposto, peraltro senza successo, di cancellare dalla lista delle letture scolastiche obbligatorie proprio Conrad (assieme a Goethe, Kafka, Dostoevskij, Gombrowicz, Witkiewicz), in favore di scrittori cattolici minori quali Jan Dobraczynski e Karol Wojtyla: a mio modesto avviso, è questa un'ideale controprova della piena canonicità e universalità dell'opera di Conrad, Gombrowicz e degli altri, oltreché ovviamente un ottimo attestato dell'intelligenza del Signor Giertych e di quelli che la pensano come lui25. Ma riprendiamo il nostro discorso.
Per entrare nel canone, o almeno nel più ristretto repertorio della letteratura “europea”, sembrerebbe dunque che agli scrittori appartenenti a una letteratura cosiddetta “minore” non si presenti in fondo che un'alternativa:
a) o distaccarsi attraverso un'altra lingua dalla loro letteratura “minore”, creando a loro volta delle peculiari e idiosincratiche “letterature minori” (all'incirca nel senso in cui Deleuze e Guattari descrivono la scrittura kafkiana
26): è il caso evidente di Conrad; ma pensare a Ionesco, a Cioran, a Canetti, Adamov, allo stesso Kundera, perfino al Brodskij anglo-americano (che molti infatti oggi chiamano Joseph, proprio come Conrad). Ma dovremmo far appartenere a questa categoria anche il peraltro polonicissimo Stanislaw Lem, la cui identificazione con un genere facilmente snazionalizzabile e apparentemente “universale” come la science fiction27 ha sortito risultati apprezzabili fin nei risultati del questionario sul “Canone europeo” elaborato dal relativo gruppo di ricerca della FSU28; o ancora – perché no? – quei grandi scrittori irlandesi (Yeats, Joyce, Heaney ecc.) i quali, per una circostanza geo-politica data ormai per “ovvia” e “naturale” , si esprimono in inglese, o in anglo-irlandese, e non in gaelico, salvo poi introdurre nella loro scrittura tutto un linguaggio e una visione del mondo specifici dell'altra tradizione, quella conculcata dall'occupante britannico29; o ancora due critici bulgari come Kristeva e Todorov, entrati nel canone della critica occidentale a costo di un totale mutamento di pelle linguistica; ecc. ecc.
b) oppure rimanere nel vortice della letteratura europea, attendendo che un opinion maker rivendichi il loro talento e la loro piena “canonicità”, come un Mazzini per Adam Mickiewicz o, paradossalmente, un Brodskij ormai americanizzato per i suoi “maestri” Milosz, Herbert e in genere per la grande poesia polacca del XX secolo, oppure l'entourage critico e accademico francese per l'albanese Ismail Kadaré, ecc. Variante adiafora di questa seconda possibilità sono naturalmente i riconoscimenti internazionali, come il premio Nobel: ed è il recente caso di Wislawa Szymborska (ma chi ormai ricorda più in Europa il premio Nobel polacco del 1924 Wladyslaw Reymont?).
E allora la domanda che credo ci dobbiamo porre a questo punto è: le letterature “minori” sono tali per loro propria natura o ad effetto di un più o meno inattaccabile giudizio (pregiudizio?) ad esse esterno? E se tale giudizio (o pregiudizio che sia), che si fonda in genere su un consensus più o meno generale della critica (per non parlare dell'Accademia!) e, soprattutto nell'ultimo secolo, anche del mercato, fosse davvero insindacabile, come la mettiamo con la dinamica di fattori anomali rappresentata da una parte da quegli scrittori che scelgono un'altra lingua o, viceversa, da scrittori pienamente “nazionali” di cui certe opere “sfondano” clamorosamente la barriera linguistica e ottengono una risonanza europea e mondiale che taluni, proprio per la provenienza “minore” di quegli scrittori, non esitano a definire “inaudita”?
Fu il caso, quest'ultimo, proprio di Sienkiewicz e del suo Quo vadis? che, ovviamente anche (ma non solo) grazie al cinema e altri mass-media, per tutto il Novecento popolò l'immaginazione di milioni e milioni di lettori. Molto più limitatamente, trattandosi di poesia, è però anche il caso di un altro premio Nobel polacco (né mi soffermo qui sul rapporto tra “canone Nobel” e “canone universale”, tema che è stato ben affrontato da altri
30): Wislawa Szymborska, la cui lirica minimalista è oggi letta e amata un po' in tutto il mondo (e apprendo che di recente in Italia viene perfino impiegata nei master di formazione pei futuri manager di azienda31!).

E giungiamo qui a uno dei punti chiave del mio discorso.

Nella forma vulgata in cui lo conosciamo e usiamo ancora oggi, il canone letterario è un'invenzione modernista, ed ha quindi a che fare con la pedagogia novecentesca, ma anche (e forse ormai soprattutto) con le leggi che regolano il mercato e la distribuzione letteraria in fase post-industriale, ovvero quella dell'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Ora, non v'è dubbio che la riproducibilità tecnica dell'opera d'arte letteraria – per rifarsi all'ormai abitualizzata triplice tipologia jakobsoniana32 – consista endolinguisticamente nell'economia della distribuzione libraria, interlinguisticamente nel mercato delle traduzioni, intersemioticamente nella massima, anzi, mass-mediatica diffusione e promozione di un'opera attraverso tutti i possibili canali comunicativi, oggi in primo luogo quelli dominanti dell' Hi-tech e dello Show-business: cinema, televisione, sempre più Internet. E insomma, per intendersi, a me pare che oggi il cosiddetto “centro del canone” non sia né Shakespeare, né Dante, né Cervantes, ma Google. La letteratura è, e non da oggi, in pericolo, anzi per taluni, come l'americano Alvin Kernan, essa è già da tempo una cara estinta33; e forse davvero più per colpa della scuola e dei letterati stessi, che non dei lettori (come prospetta l'ultimo saggio di Todorov34). Ma, una volta accettata questa verità brutale e diretta, per dirla con Gombrowicz, non sarà difficile giungere a un'altra constatazione forse amara, ma non meno onesta: il sistema consumistico e dello Showbiz ha tutto l'interesse nel trasformare canone delle opere e degli autori in una sorta di Casa del Grande Fratello televisivo: dalla pseudodemocraticità del principio della “nomination” rischia infatti di non andar esente neppure il questionario proposto dal gruppo di ricerca della FSU, pur pensato da menti pure per nobili fini, e “dal basso”, ma di notevole impatto spettacolare. Se la cosa è in una certa misura valida perfino per la lunga durata (penso a certi scrittori che da sempre vivono sul discrimine fra canone e anticanone: per restare in territorio italiano, un solo nome a me caro, Giambattista Marino; ma oggi è forse anche il caso del Tasso e sicuramente di Metastasio35), tanto più evidente è per l'epoca a noi più vicina.
Ma restiamo sulle nostre letterature “minori” (alle quali, però, ponderati bene certi esiti del questionario FSU, rischia sempre più di appartenere anche la stessa letteratura italiana).
Dopo l'esplicitezza, anche questa diretta e brutale, di un Kundera che nel 1984 parlò di un'Europa “rapita” a proposito di tutta la cultura centro-orientale del continente, non credo possa far oggi meraviglia a nessuno il fatto che si applichino categorie post-coloniali allo studio delle problematiche culturo-letterarie europee, e in particolare a quella del canone.
Si tratta di un settore questo in cui concetti come quelli di mercato e valore rivelano tutta la loro contingenzialità, anzi (economicamente), congiunturalità, mentre fra canone e giudizio estetico, fra piacere e cambiamento, per dirla con Kermode, si mostra in modo sempre più chiaro e palese il rapporto di dipendenza dall'ideologia e dalla geo-politica.
Riprendo qui i termini del discorso come più o meno sono stati espressi in un libro fondamentale di John Guillory, dove lo studioso newyorkese nega in modo reciso la canonicità intrinseca dell'opera letteraria e afferma con tutta chiarezza e semplicità: «Canonicity is not a property of the work itself, but of its transmission, its relation to other works in a collocation of works»
36.
Nozioni come quelle di tradizione e relativismo (opere che, trasmettendosi, si mettono “in relazione” tra loro) si addicono quindi alla riflessione sul canone, il cui carattere fondamentalmente narrativo può esser di per sé dimostrato dal valore identitario che (non solo) i critici conservatori attribuiscono al canone letterario. Né c'è bisogno di appellarsi all'autorità di un Eric Hobsbawm o di un Benedict Anderson per ribadire come «le tradizioni che ci appaiono, o si pretendono, antiche hanno spesso un'origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta»
37.
Il canone, dunque, altro non è che una “tradizione inventata” nel senso già proposto da Hobsbawm oltre vent'anni fa:

Per “tradizione inventata” si intende un insieme di pratiche, in genere regolate da norme apertamente o tacitamente accettate, e dotate di una natura rituale e simbolica, che si propongono di inculcare determinati valori e norme di comportamento ripetitive nelle quali è automaticamente implicita la continuità col passato. Di fatto, laddove è possibile, tentano in genere di affermare la propria continuità con un passato storico opportunamente selezionato38.

È questa, di fatto, l'operazione sostanzialmente conservatrice compiuta da T.S.Eliot e dagli altri numi tutelari della critica modernista, atta a mantenere il primato della critica sulla stessa scrittura letteraria, o meglio a far credere che, laddove i due poteri siano in mano dello stesso sciamano, lì sta la verità39. E, dal suo punto di vista di storico, ma ben passibile di generalizzazione, Hobsbawm ce lo conferma:

Non esiste probabilmente un'epoca o un luogo di cui gli storici si siano occupati che non abbia assistito all'”invenzione” di una tradizione intesa in questo senso40.

Anche per ciò che attiene al canone letterario, siamo insomma di fronte a una grande fictio (o fiction ) – il processo di canonizzazione e i suoi corollari – che, se in tempi antichi (i canoni della classicità greca di cui ha parlato Roberto Nicolai41) poteva modellarsi sui cronotopi del mito, in tempi più recenti si è adeguato ai ritmi spazio-temporali della Wunderkammer prima, e poi del museo, per raggiungere successivamente velocità cinematografiche in fase modernista e oggi quasi-cibernetiche in età post-moderna, laddove le strategie del mercato e del marketing editoriale hanno via via assunto proporzioni e ritmi sempre più ingombranti e forsennati nella continua ridefinizione (quello che Eliot chiamava: readjustment ) di un canone sempre più in divenire e sempre più sensibile al “trionfo” dell'ultima opera neo-canonizzata.
Non sembri blasfema la semplice constatazione del fatto che, in questo, l'opera di canonizzazione di centinaia e centinaia di beati e santi operata da Giovanni Paolo II nel corso del suo pontificato, poi perfino superato dal suo successore con la beatificazione collettiva di 498 sacerdoti caduti durante la guerra civile spagnola, assomiglia molto a quella velocizzazione e apparente democratizzazione (o, nel caso dei santi: “demoagiotizzazione”) del processo di canonizzazione letteraria cui accennavo
42. Tipologicamente, infatti, i due processi rivelano molte affinità, a cominciare da quella che l'atto di canonizzazione dipende sempre e comunque da autorità costituite: la gerarchia della Chiesa cattolica da una parte, quella della critica dall'altra; in un rapporto dialettico di causa-effetto (ma anche qui più apparentemente che altro) col popolo dei credenti da una parte e col pubblico dei lettori dall'altra. Questo perché – si sa – un'opera, sia pure di enorme successo, che non abbia però il crisma del “valore” anche da parte della critica e dei suoi gran sacerdoti, non entrerà mai in un canone “universale” (o anche solo “nazionale”); così come un sant'uomo, venerato e invocato da tutto un popolo di fedeli (fu il caso di Padre Pio da Petrelcina per oltre trent'anni, 1969-2002), non potrà assurgere all'onore degli altari senza il placet delle gerarchie ecclesiastiche.
Viceversa, la stessa recentissima disponibilità della Chiesa romana verso i supporter della “santità subito”, potrebbe essere tipologicamente raffrontata con una crescente condiscenza da parte di certa critica verso la “canonizzazione” immediata di opere e autori reclamata a gran voce dal mercato
43: col che si potrebbe dire che la caratteristica principale del canone, o meglio dei canoni post-moderni è proprio quella di mettere continuamente in discussione la propria stessa canonicità. Insomma, fin dove possono, la critica (e la Chiesa ) post-moderne cercano di conservare il proprio primato e dominio elitista; quando non si può più, fanno presto proprie istanze e richieste pressanti provenienti “dal basso”, purché si continui a sancire l'indispensabilità dell'una e dell'altra missione-guida44.
Date queste premesse, sembrerebbe allora giustificata la revisione terminologica proposta dal citato John Guillory, il quale preferisce parlare di “legittimazione” di un'opera, piuttosto che di una sua “canonizzazione”, per spostare il discorso su un piano più inclusivo e francamente meno “sacrale” di quello puramente e puristicamente estetico, laddove la ricezione e “legittimazione” di un'opera risulta chiaramente “legata” (il termine, ricordiamo, è lo stesso del Marx dell' Einleitung ) anche a fattori quali quello economico, politico, sociale, sessuale ecc.
Pur contestata da più parti nel corso del Novecento, la possibilità della storia letteraria come genere non solo narrativo, ma anche interpretativo e, come propone Romano Luperini
45, di “ri-costruzione”, è la più chiara verifica della possibilità di quell'”anche”. E dunque, se è vero com'è vero che «ogni corpo sociale ha bisogno di istituti che diano una qualche relativa stabilità ai propri saperi e al proprio patrimonio culturale» (fra questi, ovviamente: il nostro canone letterario europeo), rovesciando specularmente il punto di vista dello stesso Luperini, è pur anche vero che «il margine di accordo, di intesa e di continuità nel tempo e nello spazio» presuppone un «conflitto interpretativo» e una «lotta per l'egemonia culturale» che, sì, «non possono prescindere da un insieme di valori comuni» (si potrebbe aggiungere ovviamente anche “di radici comuni”, e sappiamo quanto attuale e spinosa sia questa problematica), ma allo stesso tempo hanno un carattere storico e relativo, e sarebbe sbagliato pretender[ne] sia l'eternità e la fissità, sia ignorar[ne] l'esistenza»46.
Ecco, è proprio a questa storicità e relatività del processo di canonizzazione e dei suoi esiti (a questo suo “relativismo”, termine che a tanti oggi fa così paura) che ovviamente mi riferisco quando parlo di letterature “maggiori” e “minori” nel contesto di quell'altra nozione storica, assai variabile nello spazio-tempo e per molti versi ancora da definire, che chiamiamo “letteratura europea”
47.
E non potendo affrontare questo, che penso sia il nodo cruciale delle mie riflessioni, in tutta la sua valenza etica e civile, prima che culturale e didattica, mi avvio nel contempo alle conclusioni. Laddove i “nuovi” studi culturali, di genere e post-coloniali (in India, e poi anche al centro dell'Impero, con termine gramsciano si parla di subaltern studies ) si sono da tempo sposati col “vecchio” marxismo alla ricerca delle implicazioni politiche e di potere sottostanti i discorsi della critica e della storia letteraria tradizionale, nei paesi del ex blocco sovietico questo è stato possibile, con molta lentezza e difficoltà, solo a partire dal 1989 (a seguito tra l'altro del totale screditamento del marxismo in quelle realtà)
48. In questo processo le culture e letterature dell'Altra Europa (e proprio qui”, se ci rifacciamo ai termini della fenomenologia di un Bernhard Waldenfels49, sta forse il nocciolo del problema: “altra” e non “estranea”, quindi più facilmente omologabile, o, francamente, azzerabile) non si sono ancora del tutto liberate da una doppia condizione di minorità: quella politico-ideologica dei vecchi regimi e sistemi culturali ad essi organici; quella della subalternità in cui sono state storicamente relegate all'interno del sistema culturale europeo. Secondo lo slavista svizzero German Ritz, gli scrittori e i critici polacchi (che continuiamo a usare come sineddoche di paragone) si sarebbero in qualche modo autorelegati ai margini del canone europeo, dovendo, per motivi politici ben comprensibili, privilegiare il modello dei doveri nazionali della letteratura50. In questo, con alcune e tanto più significative eccezioni, la letteratura polacca risulterebbe, per citare ancora una volta i termini di Bloom, una letteratura “anticanonica” per eccellenza. E lo stesso Bloom fa infatti eccezione per soli sei nomi di autori polacchi, tutti del Novecento (Schulz, Milosz, Gombrowicz, Lem, Herbert, Zagajewski), non a caso fra i più tradotti in varie lingue, e soprattutto in inglese... Altra riprova della semplice verità che sto affermando è che Il canone occidentale di Bloom, essendo un libro del 1994, non menziona minimamente Wislawa Szymborska (premio Nobel due anni dopo), la cui poetica e le cui tematiche minimaliste sono peraltro fra le più universali e “traducibili”, e quindi anche “canonizzabili”, e di fatto ormai canonizzate, di tutta la poesia contemporanea…
Nella “riapertura” del canone, anche quello più stabilizzato della letteratura premoderna e moderna, e nell'attenzione alle istanze e alle grandi opere provenienti dalle culture politicamente ed economicamente meno forti, io vorrei vedere uno dei sensi profondi della nostra ricerca e della discussione intorno ad essa, del questionario distribuito nelle università europee, e di una parte non secondaria del nostro impegno professionale e civile per il futuro
51. Dirò di più: non solo le letterature, ma anche i generi “minori”, com'è oggi la poesia in tutto il mondo occidentale, dovrebbero essere riletti con altri occhi52. Citando Serena Sapegno, si dovrebbe insomma “rendere visibile l'invisibile, per costruire una nuova memoria”53. Ne consegue ovviamente il ruolo primario della traduzione letteraria come fattore di correzione e creazione di un nuovo canone europeo54, non più ellittico o reticente, ma davvero universalmente “legittimato” nell'attuale situazione storica, e non solo “riaggiustato” da élites certo illuminate, ma a volte anche ignare (o, peggio, noncuranti) di situazioni, forse “minoritarie” e con scarsa “massa critica”, ma indispensabili a una corretta visione d'insieme. E se ancora questo mio auspicio può a qualcuno apparire utopistico, resto pur sempre, col buon vecchio Rousseau, del parere che l'utopia è ciò che serve a spostare i limiti del possibile… Il Nietzsche di Umano, troppo umano profetizzava: «È possibile uno stato superiore di umanità, in cui l'Europa dei popoli sia un'oscura dimenticanza, ma in cui l'Europa viva ancora in trenta libri molto vecchi, ma mai invecchiati»55. E dunque oltre a domandarci oggi quali “trenta libri”, dovremmo davvero, e senza pregiudizi, chiederci: quale Europa?56
È forse necessaria una rivoluzione di velluto anche nelle nostre discipline filologico-umanistiche, in tutto il Vecchio Continente. Sarebbe davvero una bella sfida per il nostro lavoro prossimo venturo poter fare del canone letterario non già un veicolo coercitivo di immaturità elitista e di noioso indottrinamento scolastico, ma uno strumento facoltativo di educazione alla maturità, alla conoscenza reciproca e alla libertà nella nuova Europa unita, libera e legale nata dalle ceneri dell'”Europa illegale”
57 del dopo-Jalta, un'Europa che, prima di insegnare, dovremmo noi stessi apprendere!
In un primo bilancio e autocommento della ricerca in atto sul canone europeo, Roberto Antonelli lo ha lucidamente e ottimisticamente auspicato: «Si tratta di vedere […] se si può intervenire criticamente nei processi politico-culturali della contemporaneità»
58. Ecco, in questa bella sfida potrebbero esserci di viatico proprio le parole del Rousseau del Contratto sociale :
«I limiti del possibile, nelle cose morali, sono meno ristretti di quanto pensiamo: sono le nostre debolezze, i nostri vizi, i nostri pregiudizi che li restringono. Le anime basse non credono ai grandi uomini: vili schiavi sorridono con aria canzonatoria a questa parola: libertà»
59.

Note

1 W. Gombrowicz, Su Dante , tra. R. Landau, Sugar, Milano 1969 (la citazione in epigrafe ne costituisce l'explicit, alle pp.39-40). Questo scritto (datato 16 ottobre 1966) era stato in realtà estrapolato in precedenza dal Diario dello scrittore, in una versione bilingue polono-francese, confondendosi a posteriori, fors'anche a buon diritto, nell'aura di festoso anarchismo che circondava la cultura francese intorno al Sessantotto: cfr. Sur Dante , trad. A. Kosko, L'Age d'Homme, Paris 1968.

2 G. Ungaretti, Lettre à Dominique de Roux , in Gombrowicz «Cahier de l'Herne», Herne, Paris 1971, p. 418.

3 W. Gombrowicz, op. cit., p. 30.

4 Ibidem, pp. 17-18, p. 26, p. 28.

5 Cfr. H. Bloom, The Anxiety of Influence. A Theory of Poetry , Oxford U. P., New York 1973 (trad. it. M.Diacono, L'angoscia dell'influenza. Una teoria della poesia , Feltrinelli, Milano 1983).

6 Cfr. W. Gombrowicz, Sienkiewicz , in appendice a Dziennik 1953-56 , Paris 1971, pp. 292-301.

7 W. Gombrowicz, Su Dante , cit., pp. 28-29.

8 Ibidem, p. 29.

9 Ibidem, p. 30.

10 Ibidem, p. 26.

11 Così Gombrowicz stesso definiva nel Diario il suo ultimo romanzo Cosmo , di solo un anno precedente allo scritto Su Dante , cfr. W. Gombrowicz, Pagine del mio diario nelle quali si parla di Cosmo, in Idem, Cosmo , trad. it. R. Landau, Feltrinelli, Milano 1966, p. 7.

12 W. Gombrowicz, Su Dante , p. 24 e p. 35.

13 Accanto alla nozione di cambiamento ( change ), Kermode pone infatti quella, assai meno quantificabile, del piacere ( pleasure ) alla base della sua concezione della canonicità, l'uno e l'altro essendo causati dalla parziale “trasgressività” dell'opera all'interno di una comunità di testi, nozione quest'ultima (la trasgressività) che Kermode dichiaratemente riprende da Mukarovský (cfr. Robert Alter, Introduction , in F. Kermode et alii, Pleasure and Change. The Aesthetics of Canon , OUP, Oxford 2004, pp.6-8).

14 K. Marx, Einleitung [zur Kritik der politischen Oekonomie] (1857) , trad. it. di E. Cantimori, Introduzione a “Per la critica dell'economia politica” , in K.M., Per la critica dell'economia politica , III ediz., Editori Riuniti, Roma 1969, p. 199.

15 Non sorprende che, immediatamente successiva al 1968, tutta la prima ondata della messa in questione dei canoni “tradizionali” sia al femminile, e provenga soprattutto dal pensiero di studiose marxiste, afroamericane e lesbiche statunitensi, quali Elaine Showalter, Maggie Humm, M. Ellmann, E, Moers, B. Smith, B. Zimmerman, M. Barret (v. “Literary canon”, in Maggie Humm, The Dictionary of Feminist Theory , Harvester Wheatsheat, New York 1989, s.v., con i relativi rimandi bibliografici).

16 Sul rapporto centro/periferia relativamente al canone, e l'errore di chi non fa un uso polisistemico e dinamico di tali categorie mutuate dal formalismo e dalla semiotica russa (in particolare Tynjanov e Lotman), v. Rakefet Sheffy, The Concept of Canonicity in Polysystem Theory , “Poetics Today” 11 n. 3 (autunno 1990), pp. 511-522, una delle cui tesi principali è che: «if canonicity is reducible to dominance, the theory can manage without it» (p. 514). E continua: «Reducing canonicity to the idea of “center” as opposed to “periphery” means that the theory ignores some very important aspects in the conceptions of cultural systems. This bears mainly on the way the theory views the systemic dynamics» ( ibidem ). Le visioni che riducono il canone a un rapporto fisso di semplice stratificazione tra centro e periferia vengono difatti a contraddire le basi teoriche su cui poggiano quelle stesse categorizzazioni (formalistico-funzionaliste) che usano. Per Tynjanov, infatti, “la nozione fondamentale dell'evoluzione letteraria è la sostituzione dei sistemi, e il problema delle ‘tradizioni' va considerato su un altro piano” ( Sull'evoluzione letteraria ). Gli “strati” letterari insomma sono in costante fluttuazione, e questa non riguarda solo il “confine” tra centro e periferia, ma il centro stesso di un'area “canonizzata”. Si pensi infatti allo spostamento dal centro alla periferia dei generi in via di estinzione (descritto da Tynjanov) e, viceversa, allo spostamento al centro di forme e generi fin lì rimasti nelle “retrovie”, ai “margini”, fra le inezie della produzione letteraria. “Questi nuovi fenomeni vanno a stabilirsi proprio nel centro e il centro si trasferisce alla periferia. […] È questo appunto – continua Tynjanov – il fenomeno della “canonizzazione” dei generi minori, di cui parla Viktor Šklovskij” ( Il fatto letterario ); le due citazioni da Jurij Tynjanov, Avanguardia e tradizione , introd. Di V. Šklovskij, trad. it. S. Leone, Dedalo libri, Bari 1968, rispettivamente p. 47 e p. 27).

17 Cfr. K. Langosch, Mittellatein und Europa. Führung in die Hauptliteratur des Mittelalters , Wissenschaftliche Buchgesell schaft, Darmstadt 1990.

18 Cfr. P. Boitani, op.cit. , Il Mulino, Bologna 2007 (che sarebbe stato quindi da intitolarsi piuttosto: “Letteratura dell'Europa occidentale e Medioevo volgare”).

19 Cfr. F. Moretti, Il romanzo , voll. 1-5, Einaudi, Torino 2001-2003.

20 A simili conclusioni, e paradossalmente in un saggio tendenzialmente russocentrico, arrivava pochi anni or sono, Michaela Böhmig nel suo ottimo intervento Alla ricerca di un canone europeo tra plurilinguismo e multiculturalità , in «Studi Slavistici» I: La costruzione della nuova identità culturale europea , pp. 11-23, riferendosi ad altre importanti opere sintetiche, quali: Elizabeth Frenzel, Stoffe der Weltliteratur (VII ediz., Stuttgart 1988) o il più recente Dictionnaire des Myths Littéraires a cura di Pierre Brunel (Paris 1988), a proposito del quale la Böhmig si stupisce che “in un'opera di così vasto raggio nessuna voce specifica riguardi miti o personaggi mitici dell'Europa orientale e slavi, mentre sono considerati meritevoli di circostanziata trattazione diversi eroi mitici dell'Africa subsahariana e dell'America centrale” (pp. 14-15). Un po' quello che succede appunto nella sintesi curata da Franco Moretti che, attribuendo a due studiosi statunitensi gli unici due brevi articoli sul romanzo polacco, si salva tuttavia in corner nel capitolo Il cerchio si allarga (del vol. III: Storia e geografia , Einaudi, Torino 2002, pp. 533-539), grazie al denso saggio di Helena Goscilo su Le avventure di Niccolò d'Esperientis (1776) di Ignacy Krasicki (trad. it. di L. Marinelli, Voland, Roma 1997), che, fra gli Slavi, resta pur sempre il primo romanzo moderno originale, fra altri, successivi “primi romanzi” russi, egiziani, iraniani, sud-africani, del Dahomey ecc.; nonché, nel volume V ( Lezioni , Einaudi, Torino 2003) grazie all'eccellente articolo di Fredric Jameson su La bambola (1890) di Boleslaw Prus, «romanzo straordinario […] così poco conosciuto in Occidente», a causa della «marginalità delle cosiddette lingue minori» (p.375).

21 Cfr. Harold Bloom, Il canone occidentale. Libri e scuole delle età , trad. it. F. Saba Sardi, Bompiani, Milano 1996.

22 In particolare per le letterature latino-americane, si vedano le acute riflessioni di Stefano Tedeschi sugli “alti” e “bassi” dell'uso “politico-commerciale” e del mito in Italia della letteratura ispanoamericana in All'inseguimento dell'ultima utopia. La letteratura ispanoamericana in Italia e la creazione del mito dell'America latina , Edizioni Nuova Cultura, Roma 2005.

23 Su Lingue centrali e lingue periferiche: accordi, compromessi, conflitti si vedano senz'altro le riflessioni di Massimo Arcangeli , Lingua e identità , Meltemi, Roma 2007, pp. 51-76 il quale, superando le precedenti proposte di A. de Swaan e di L.-J. Calvet che proponevano modelli di rapporti gerarchici fra varie lingue fondati essenzialmente sulla geopolitica, riconduce le relazioni tra lingue a vari tipi di architetture ipertestuali dove, alla fine, il modello “apolare” della rete meglio dissimula, se non proprio la situazione odierna, quella prossima futura delle interrelazioni (dei link ) fra lingue “maggiori” e “minori”, fatte anche di randomizzazione e ibridazione, al di là dell'effettiva, ma forse non irrevocabile, dominanza della lingua “ipercentrale” (l'anglo-americano).

24 Cfr. Luca Bernardini, Letteratura dell'età positivista , in Luigi Marinelli (a cura di), Storia della letteratura polacca , Einaudi, Torino 2004, p. 321.

25 A onor del vero, ci si dovrebbe però anche chiedere se il gesto autoritario dell'ex ministro polacco sia poi, forse non nei suoi effetti, ma nella tipologia, così tanto diverso da quello fondativo del “canone occidentale” di un critico liberale come Harold Bloom…

26 Cfr. Gilles Deleuze, Félix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore , trad. it. A. Serra, Quodlibet, Macerata 1996. Spiegano provvidenzialmente i due filosofi francesi: “Una letteratura minore non è la letteratura d'una lingua minore ma quella che una minoranza fa in una lingua maggiore” (p. 29). Il questo senso, allora, e generalizzando il discorso di Deleuze e Guattari, tutte le letterature “nazionali” del Vecchio Continente sono “letterature minori” a fronte dell'alveo “maggiore” della letteratura “europea”. E infatti, rispetto alla letteratura europea, le letterature nazionali conservano i caratteri che i due francesi attribuiscono alle letterature “minori” (o di minoranza) rispetto alle rispettive lingue “maggiori”, e cioè: 1) all'interno della letteratura “europea”, le letterature nazionali (minori) subiscono “un forte coefficiente di deterritorializzazione” (p. 29); 2) rispetto all'alveo maggiore europeo, le singole letterature nazionali (minori) subiscono un assai più forte processo di politicizzazione (specie alle origini della moderna storiografia letteraria; pensare per l'Italia a De Sanctis, ma anche a Gramsci e a tutto lo storicismo novecentesco); 3) e infine “nella letteratura minore, “tutto assume un valore collettivo” (si pensi al ruolo “collettivo” per la letteratura italiana di un'opera come quella del Manzoni che, fuori dalla penisola, è assai scarsamente sconosciuta), considerato che la “relativa mancanza di talenti” (p. 31) rispetto al contenitore “maggiore” finisce “per avere un effetto benefico e permette di concepire qualcosa di diverso da una letteratura di maestri” ( ibidem ). Lo stesso ragionamento si può ben applicare, allargandolo, alla “letteratura delle donne”, intesa come lingua di minoranza all'interno di una “lingua maggiore” che è quella del macrosistema letterario maschile-patriarcale, da sempre dominante nella letteratura europea, e della cui salda vitalità danno fede anche i risultati del questionario sul “Canone europeo” proposto dal relativo gruppo di ricerca della FSU.

27 Non per caso Lem è stato spesso tradotto, specie in italiano, a partire da altre lingue (specie il tedesco) e non dall'originale polacco!

28 A questa stessa categoria apparterrebbero dunque, per ciò che riguarda persino le altre arti, anche Chopin o un Tadeusz Kantor, che infatti molti giungono tutt'al più a considerare autori “apolidi” o, peggio, “francesi”, e troppi studiano senza sapere un'acca di arte, cultura, musica, teatro, letteratura e soprattutto lingua polacca!...

29 Basta forse leggere o vedere il drama Translation s – 1980, di Brian Friel sulla violenza storica che sottosta a ciò che oggi appare, appunto, ovvio e naturale. A queste problematiche fu dedicata parte del vol IX (1996) di “Selected Subaltern Studies”, sull'effetto subalterno in Irlanda.

30 Cfr. Roberto Antonelli, Il canone Nobel , in “Critica del testo” III/1 (2000): Il canone alla fine del millennio , pp. 321-336.

31 Cfr. Nulla due volte. Il management attraverso le poesie di Wislawa Szymborska , a cura di M. Minghetti e F. Cutrano, Libri Scheiwiller, Milano 2005.

32 Cfr. Roman Jakobson, Aspetti linguistici della traduzione , in Idem, Saggi di linguistica generale , trad. it. di L. Heilmann, Feltrinelli, Milano 1966, pp. 56-64.

33 Cfr. A. Kernan, The Death of Literature , YUP, New Haven-London 1990.

34 Cfr. Tzvetan Todorov, La littérature en péril , Flammarion, Paris 2007 (ringrazio per questa segnalazione la Collega e amica Anna Maria Scaiola).

35 Nel caso forse di tutti e tre questi autori, e in ispecie del Metastasio, si tratta di un caso di “ingratitudine” storica senza pari, considerato che forse proprio lì stanno le origini della persistente, enorme fortuna del melodramma come della canzonetta italiana nel mondo. Si può forse considerare inizio “ufficiale” di tale trend negativo, in particolare per Marino e Metastasio, la damnatio ottocentesca e desanctisiana, a motivo della loro scarsa “italianità”, laddove soprattutto il Poeta Cesareo doveva in qualche modo “pagare” la sua familiarità e l'enorme stima goduta presso la corte asburgica.

36 John Guillory, Cultural Capital. The Problem of Literary Canon Formation ( Univ. of Chicago Press, Chicago and London 1993, p. 340.

37 E. J. Hobsbawm, Terence Ranger (a cura di), L'invenzione della tradizione , Einaudi, Torino 1994, p. 3. A questo proposito: si pensi alla stessa “invenzione” del concetto di Europa orientale, che Larry Wolf (I nventing Eastern Europe: The Map of Civilization on the Mind of the Enlightenment (Stanford University Press, 1994) data al XVIII secolo, mentre altri storici di quell'area vorrebbero addirittura spostare in tempi anche più vicini a noi….

38 Ibidem , pp. 3-4.

39 In tal senso in fondo Eliot modernizzava e “canonizzava” nella critica letteraria un uso altrove già anticamente invalso: atteggiamento molto simile, con l'esito però però di una piena apertura dei canoni, riguarda infatti il canone biblico e il rapporto fra Torah scritta e Torah orale (il commento dei Maestri talmudici), e anzi si potrebbe parlare di un capovolgimento ermeneutico fra scrittura primaria e scrittura secondaria, fra la lettera beth (il dualismo di creazione e interpretazione) e la mancante aleph (la loro unità) dell'esordio di Genesi (per cui cfr. Dario Calimani, «Bere' shith»: la libertà del canone, in “Critica del testo”, cit. pp. 7-22.

40 E. Hobsbawm, op.cit., p.7.

41 Si veda qui il contributo di R. Nicolai, Il canone tra classicità e classicismo ; nonché altri suoi interventi sull'argomento: Alle origini dei canoni letterari: da Omero al Museo di Alessandria , «Scienze Umanistiche» 2 (2007), in corso di stampa; David Ruhnken e la riscoperta dei canoni letterari , in AAVV, Genèse et constitution des Sciences de l'histoire et de la philologie , Atti del Convegno, Reims 15-17 marzo 2007 (in corso di stampa).

42 La “politica della santità” della Chiesa post-moderna tenderebbe dunque ad assimilare processi di massificazione, proprio come avviene nel resto della cultura e della vita socio-politica, ma attenzione: “massificazione”, non significa certo “universalizzazione” (com'è invece, fatti i dovuti distinguo, nel “discorso” protestantico e ortodosso sulla santità). L'autorità della gerarchia non resta dunque minimamente scalfita, e anzi ne esce rafforzata da un consenso “di massa”, non meno che in passato.

43 È ad esempio il caso di Eco romanziere, soprattutto all'estero?

44 Si va cioè progressivamente allentando quella dialettica fra canone e gusto, fra piacere e cambiamento che Frank Kermode ( op.cit. ) pone alla base del discorso della critica.

45 Cfr. R. Luperini, Il canone e la storia letteraria come ri-costruzione , in Idem, Insegnare la letteratura oggi , Piero Manni, Lecce 2000, pp. 111-127.

46 Ibidem , p. 116.

47 E in questo, considerando cioè il ruolo che il canone, ma in ispecie i criteri della canonicità letteraria, possono avere nel processo di evoluzione letteraria, mi sembra che si possano pienamente riprendere e riattualizzare le proposte di studio di questa problematica (quale cioè continua dinamica fra centro/i e periferia/e), così lucidamente avanzate quasi un secolo fa dai formalisti russi, e da Tynjanov in particolare, magari riveduti e corretti attraverso la teoria dei polistemi di un Even-Zohar (per cui v. Rakefet Sheffy, art. cit.,). Per quanto attiene all'aspetto pragmatico del problema, anche a detta della citata Michaela Böhmig ( Alla ricerca di un canone… , cit., p. 17), un interessante tentativo, “anche se non privo di punti discutibili”, è stato tuttavia quello del madrileno José Antonio Jáuregui nel suo Europa: tema y variaciones (Madrid 2000; trad. it. Pratiche Editrice, Milano 2002), benché anche “l''Europa' delineata da Jáuregui [sia] nettamente sbilanciata verso occidente e si apr[a], semmai, all'America, mentre ad est sembra arrestarsi, se non sul Reno, certamente sulla linea dell'Oder-Neiße. In questa prospettiva, la vasta area che si apre al di là del 15° meridiano E, pur condividendo molta parte del sostrato culturale comune e numerosi parametri della coscienza ‘europea', non sembra aver apportato nulla di orginale al patrimonia culturale e quindi esula dal campo visivo dell'autore” (M. Böhmig, ibidem , p. 18).

48 Ne faccia testo, per la stessa area russa (ex sovietica) la relativa parte nel bel volume miscellaneo Post-scripta. Incontri possibili e impossibili tra culture , a cura di S. Albertazzi, G. Imposti, D. Possamai, Il Poligrafo, Padova 2005, con interventi di: Michail Berg ( Il discorso postcoloniale e il problema del successo nella letteratura russa contemporanea , pp. 119-132), Mark Lipovetsky ( The Missing Link: Postcolonial Discourses in Post-Soviet Culture , pp. 155-174), Vladislav Otrošenko ( Lo scrittore e lo spazio , pp. 175-190).

49 Cfr. B. Waldenfels, Fenomenologia dell'estraneità, a c. di Gabriella Baptist, Vivarium, Napoli 2002; e anche il recentissimo Topografia dell'estraneo. Confini e passaggi, a cura di M. Ponzi e T. Borsò, Bruno Mondadori, Milano 2007 (con un saggio introduttivo dello stesso Waldenfels).

50 Una situazione, quindi, assai simile a quella delle “letterature minori” (come descritte da Deleuze e Guattari, v. sopra) e degli stessi scrittori italiani dell'Ottocento, che non a caso, oggi, e anche negli esiti del questionario del gruppo di ricerca della FSU, sembrano collocarsi quasi completamente al margine del canone europeo, con Manzoni e (cosa assai meno comprensibile) lo stesso Leopardi in posizioni assai basse della “classifica generale”…

51 Il discorso si può allargare, penso, a gran parte delle discipline umanistiche. Ad esempio: “L'antropologia non ha dedicato all'Europa uno spazio paragonabile a quello che altre grandi regioni del mondo occupano nella ricerca […] Per quanto numerosi siano stati i lavori dedicati all'Europa, essi si presentano, fino a un'epoca recente, come una collezione eteroclita di indagini d'ispirazione diversa, folcloristica, sociologica, storica, geografica, linguistica ecc.” (I. Chiva e G. Leclud, Europa , in Dizionario di antropologia e etnologia , a cura di P. Bonte e M. Izard, ediz. ital. a cura di M. Aime, Einaudi, Torino 2006, p. 336). Insomma, nello studio della letteratura come di altri settori fondamentali delle scienze umane, è sostanzialmente mancata fin qui una visione, metodologica e tematica, “unitaria”. E tanto più significativo appare allora il più precoce e maggior sviluppo degli “studi europei” in quei paesi che delle passate e recenti divisioni dell'Europa hanno portato maggiormente il segno (Ungheria, Polonia, Ucraina, Romania). Fortunatamente negli ultimi decenni si va via via ponendo riparo a quel “carattere dispersivo” delle scienze dell'uomo nei vari paesi ed aree del continente, fin qui caratterizzato da “un'estrema diversità di tradizioni scientifiche, epistemologiche e accademiche” (ibidem). Alla risposta se sia possibile, anche negli studi letterari, insegnare, “una Europa”, la risposta sembra dunque essere sempre più affermativa, a patto che si voglia prima affrontare seriamente e senza preconcetti l'interrogativo fondamentale: “quale Europa”?

52 Su questo e sulla poesia come “a very minor subculture in a vast domain of cultural production” si vedano le brillanti osservazioni di John Guillory nel suo commento It Must be Abstract a Frank Kermode et alii, Pleasure and Change…, cit., p. 68.

53 Cfr. Maria Serena Sapegno, Uno sguardo di genere su canone e tradizione, in A. Ronchetti e M.S.Sapegno, Dentro/Fuori – Sopra/Sotto. Critica femminista e canone letterario negli studi di italianistica, Longo Editore, Ravenna 2007, p. 21.

54 Sul tema “canone e traduzione” ha scritto l'eminente comparatista ungherese Mihály Szegedy-Maszák Literary Canons: National and International, Akademiai Kiado Budapest 2001, in particolare su: Translation and Canon Formation, pp. 59-65; né a questo punto stupirà più di tanto che una speciale attenzione a questo tema fondamentale sia rivolta proprio da studiosi provenienti da aree linguistico-letterarie “minori” dell'Europa (si pensi alla scuola traduttologica ceco-slovacca o a quella – meno nota – polacca, e in genere alla illustre tradizione comparatistica centro-europea, con particolare riferimento a quella ungherese e rumena).

55 F. Nietzsche, Umano, troppo umano, vol. II (Il viandante e la sua ombra , 125), Adelphi, Milano 1992, p. 191.

56 È proprio la storia del nostro continente, tutta, ma soprattutto la più recente, che ci dovrebbe far sentire obbligati a chiederci se il portarseli dietro, quei trenta libri, sia il miglior contributo dell'Europa dei popoli a uno stato veramente “superiore” di umanità, o non sarebbe meglio (per riprendere su altro piano la provocazione di Franco Moretti nel finale del suo bellissimo saggio sulla Letteratura europea, in AAVV, Storia d'Europa, vol. I, Einaudi, Torino 1993, p. 866) che l'Europa dei “maggiori” e dei maggiorenti, l'Europa dei più forti e dei più furbi, l'Europa degli imperi e dei totalitarismi, faccia per davvero la fine di Atlantide…

57 Riprendo qui, il termine col quale il grande poeta polacco Cyprian Kamil Norwid (1821-1883) definiva l'Europa del suo tempo. La stessa nozione fu riadattata da Gustaw Herling Grudzinski per l'Europa del dopo Jalta nella sua Introduzione al Libro della nazione e dei pellegrini polacchi di Adam Mickewicz stampata a Roma nel 1946 per i soldati polacchi del II Corpo d'Armata del generale Wladyslaw Anders, sopravvissuti alla carneficina di Montecassino (cfr. G. Herling Grudzinski, “Ksiegi Narodu i Pielgrzymstwa Polskiego” na nowej emigracji, ora in Idem, Wyjscia z milczenia, a c. di Z. Kudelski, Wiez, Warszawa 1993, pp.28-39).

58 Cfr., nel presente volume, R. Antonelli, Sul senso e le prospettive di una ricerca. Note preliminari.

59 J. J. Rousseau, Contrat social , in Oeuvres completes , III, 12, t. III, p. 425 (trad. ital., Torino 1966, p. 121).

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