La letteratura europea, ieri, oggi, domani. Spunti per una riflessione preliminare.

Roberto Antonelli

(Conferenza tenuta il 24. 3. 2007, durante la “Notte bianca” organizzata dalla “Sapienza”Università di Roma in occasione dell'anniversario della firma dei trattati di Roma)

 

Malgrado il titolo lasci immaginare una consecuzione progressivamente cronologica (ieri-oggi-domani), inizierò dall' oggi, dalle domande che il nostro essere contemporanei ci pone rispetto al problema della letteratura europea. Perché, naturalmente, come è un problema l'Europa, sia nella sua identità e fisionomia attuale e futura, sia nella sua configurazione storica, così è un problema la letteratura europea, sia nella sua identità attuale e futura, sia nella sua consistenza storica.

Allora e innanzitutto, due domande: (1) Cosa s'intende oggi per Letteratura europea?; (2) da quando si è iniziato a parlare di ‘Letteratura europea' e perché?. Successivamente, (3) da quando se ne può parlare come di rappresentazione della realtà?; (4) Si può prevedere un futuro, e quale futuro, per una Letteratura europea?

Le domande (2) e (3) non sono coincidenti, e la stessa domanda (3) si compone di due diverse parti, come del resto càpita anche per l'idea stessa di Europa e come càpita per ogni fenomeno storico complesso, talvolta persino per quelli che nella coscienza comune coincidono con una data emblematica che segna la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra (come ad es. la cosiddetta caduta dell'Impero romano).
Ad anticipare un po' i tempi e ad estremizzare, ma poi non tanto, si potrebbe porre addirittura un'ulteriore domanda, in realtà preliminare e indispensabile per comprendere il senso complessivo delle quattro domande e la posta in gioco: Esiste una letteratura europea quale sistema (unitario o meno) inseribile nei programmi scolastici dell'Unione europea?
La domanda potrebbe sembrare retorica, dato il titolo e data la comune coscienza degli studiosi e degli europei, che tale espressione usano comunemente e che danno per scontato che in una giornata per l'Europa, anniversario della firma dei trattati europei del 1957, si possa e si debba prevedere anche una casella per la ‘letteratura europea'.
Eppure, eppure si potrebbe ricordare che non è stata ancora scritta una vera e propria Storia della letteratura europea né che è stato mai identificabile un corpus letterario definibile come specificamente europeo, tranne a volerlo far coincidere con l'intero corpus letterario prodotto nei vari paesi aderenti all'Unione europea (e tra poco, forse, anche nella Turchia dell'ultimo Nobel, Orhan Pamuk). Una situazione per certi aspetti più complicata, malgrado alcune evidenti analogie, con quella affrontata dalle istituzioni al momento dell'unità d'Italia, quando ad una letteratura “italiana” che aveva potentemente contribuito all'affermazione di un'identità nazionale corrispondeva una realtà linguistica e culturale frammentata, come ha ricordato circa mezzo secolo fa Carlo Dionisotti, rinnovando gli studi di storia della letteratura italiana.

La risposta all'ultima domanda non è dunque banale, malgrado le apparenze, poiché implica insieme il riconoscimento apparentemente ovvio di tratti comuni tra molteplici letterature riconosciute come ‘europee' (ma con qualche difficoltà: si veda il caso della Turchia), ma nel contempo la presa d'atto d'una distinzione fra complessi letterari ‘nazionali' o ‘regionali', espressione di lingue a volte molto diverse tra loro.
Poiché stiamo parlando di letteratura, ovvero di un'espressione culturale che si esprime attraverso la rielaborazione ‘seconda', artistica, di una lingua naturale, una rielaborazione in cui la lingua stessa diviene l'oggetto del processo comunicativo (per utilizzare una nota proposizione, universalmente condivisa, di Roman Jakobson), sarà evidente che la presenza di tante differenziazioni linguistiche non è un problema secondario, poiché tocca il cuore del problema ‘letteratura', di ciò che una volta si definiva il rapporto tra ‘forma' e ‘contenuto'.
In che senso e in che limiti si può infatti parlare di ‘Letteratura europea' per un complesso che non si esprime in una sola lingua? E se esistono tratti unitari, in che modo si compongono con le diversità dei singoli elementi? A quale tipo di lettura e di fruizione rimanda un complesso eventualmente caratterizzato da una miscela di elementi unitari e di diversità linguistiche e formali?
Insomma, e infine, la letteratura europea è la somma delle varie letterature nazionali, senza nessuna aggiunta a quanto preesiste nelle singole parti staccate (come taluni hanno ritenuto), o è qualcosa di unitario, qualcosa di più rispetto alla diversità delle sue componenti?

Anche in questo caso, come per la definizione stessa dell'identità dell' ‘Europa', che qui non tocco ma che ovviamente è questione interconnessa col nostro discorso, ci troviamo di fronte ad un sistema molto molto complesso in cui due termini, unità e diversità, si affrontano e si compongono in un gioco mutevole e del tutto particolare nel panorama della storia e della cultura mondiale. Si tratta probabilmente di un caso unico e perciò straordinario e intrigante per la riflessione storico-critica anche di un non-europeo. E si tratta comunque, per gli europei, di prendere coscienza, al di là delle soluzioni sostenute, di una problematica ancora in evoluzione, per nulla scontata nelle premesse e nelle soluzioni. Non per nulla sto formulando più domande che fornendo risposte, inevitabilmente, al momento, del tutto soggettive.

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E infatti oggi ci troviamo di fronte a due concezioni della letteratura europea, con diverse conseguenze nel tempo e nello spazio: l'una sottolinea il senso e il valore unitario della letteratura europea anche attraverso il tempo, l'altra un'identità basata sulla diversità, a partire dal XVI secolo, l'età della definitiva affermazione dei grandi Stati nazionali europei.
La prima posizione concepisce la letteratura europea come espressione di un'unità che si distende nel tempo e nello spazio: abbraccia un arco di circa 2800-3000 anni e si sviluppa senza soluzioni di continuità da Omero al XX secolo. E' la linea proposta nel grande libro di E. R. Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter uscito nel 1948, alla fine della seconda guerra mondiale (in italiano soltanto nel 1992, Letteratura europea e Medio Evo latino), «unico capolavoro critico dedicato al nostro argomento» (F. Moretti) anche nella coscienza di coloro che non ne condividono i presupposti e le finalità. Varrà quindi la pena soffermarsi brevemente sulle ragioni di questo caposaldo della letteratura europea, poiché in esse troveremo le risposte anche alla seconda domanda.
Curtius compone il suo libro lungo l'arco di circa quindici anni, dal 1932 al 1947, all'interno della Germania nazista. Egli pensa che la civiltà possa crollare di nuovo, come era già crollata con la fine dell'Impero romano d'Occidente: la minacciano i totalitarismi, e segnatamente il nazismo e il bolscevismo, visti entrambi come movimenti prodotti dalla ribellione delle masse e dalla loro irruzione nella cittadella del potere e della cultura umanistica, una cultura concepita dal liberale Curtius come riservata alle élites. E' la ribellione delle masse il vero problema della cultura europea, come aveva affermato uno degli autori a lui più cari:

«C'è un fatto che, bene o male che sia, è il più importante nella vita pubblica europea dell'ora presente. Questo fatto è l'avvento delle masse al pieno potere sociale. E siccome le masse, per definizione, non devono né possono dirigere la propria esistenza, e tanto meno governare la società, vuol dire che l'Europa soffre attualmente la più grave crisi che tocchi di sperimentare a popoli, nazioni, culture. Questa crisi s'è verificata più d'una volta nella storia. La sua fisionomia e le sue conseguenze sono note. Se ne conosce anche il nome. Si chiama la ribellione delle masse» (J. Ortega y Gasset, La ribellione delle masse , 1930, p. 3)

Di fronte ad un tale pericolo, al «Caos» del Presente, Curtius pensa di ‘salvare', come già fece Cassiodoro alla fine del mondo classico, l'essenziale della letteratura europea per poterla trasmettere alle generazioni future.

«secondo i criteri correnti, la storia letteraria dell'Europa moderna avrebbe inizio appena intorno al 15OO. Il che equivale a proporre una descrizione del Reno realizzandola poi per il solo tratto da Magonza a Colonia [...] La letteratura dell'Europa "moderna" è tanto legata a quella dell'Europa mediterranea come se il Reno accogliesse le acque del Tevere [...] Può ottenere la cittadinanza dell'impero della letteratura europea solo chi abbia abitato molti anni in ciascuna delle sue province. Può dirsi europeo solo chi è divenuto civis romanus . » ( Letteratura europea e Medio Evo latino , p. 18).

E' evidente lo sguardo un po' nostalgico che si esprime in tale impostazione: non è difficile scorgervi l'ombra di un grande pensatore cattolico come Novalis che in un opuscolo di grande fortuna, Cristianità ovvero Europa, identificava con Sehnsucht tanto patetica da risultare quasi comica per un moderno, cristianesimo ed Europa, Medioevo ed età carolina, Medioevo ed Europa. Ma in realtà vi è ben poco di patetico in tale visione, poiché su di essa si fonda un'idea statica e terrorizzata del conflitto e delle differenze, ovvero qualcosa che percorrerà e percorre il sistema emotivo e lo stesso universo letterario europeo sino ai giorni nostri, con esiti talvolta devastanti e mostruosi. Il mondo, dal Medioevo carolino di Curtius è cambiato continuamente e a volte rapinosamente, fino alla vera e propria Rivoluzione (quella francese è appena avvenuta) e a tali cambiamenti Novalis non riesce a contrapporre che il rifiuto del mondo, la difesa cieca dell'esistente:

«Erano tempi belli, splendidi, quelli dell'Europa cristiana, quando un'unica cristianità abitava questo continente di forma umana, e un grande e comune disegno univa le più lontane province di questo ampio regno spirituale. Privo di possedimenti secolari, un solo capo supremo governava e teneva unite le grandi forze politiche. [...] Con quanta serenità ognuno poteva compiere il proprio quotidiano lavoro terreno, giacché [...] santi uomini gli preparavano un avvenire sicuro, e ogni errore era da loro perdonato, ogni imperfezione della vita era da loro cancellata e chiarita» (Novalis, La cristianità ossia l'Europa , p. 1).

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La letteratura europea proposta da Curtius, sulle orme di Novalis, è dunque «un'unità intellettuale che sfugge alla nostra osservazione quando viene frazionata in più parti distinte». Occorre superare lo specialismo delle singole letterature nazionali e rifondare lo studio letterario delle università:

« Una “scienza della letteratura europea” così concepita non trova posto -- né potrebbe trovarlo - nelle nostre università, stipate di minuziosi corsi specialistici. L'organizzazione accademica degli studi filologici e letterari cor­ risponde ancora alle concezioni scientifiche del 1850; oggi - nel 1950 [ ma il rilievo vale ancor oggi, nel 2007!] - è al ­ trettanto anacronistica quanto lo sarebbe il sistema ferroviario del 1850. Abbiamo modernizzato, in cento anni, le ferrovie; non abbiamo, però, aggiornato i me ­ todi per trasmettere la tradizione. Non è qui la sede per discutere come si dovrebbe procedere. Una cosa, però, si può dire: se non si modernizza lo studio della letteratura, non è assolutamente possibile studiare la tradizione europea» ( Letteratura europea e Medio Evo latino , p. 24 )

Curtius fu definito da un altro grandissimo filologo romanzo del Novecento, Leo Spitzer, «un phlilologue doublé d'un politique» e forse proprio in questo risiede una delle chiavi per comprenderne la grandezza e l'ampiezza di orizzonti. Curtius collega il problema della letteratura europea a quello politico dell'Europa e dei percorsi formativi, dei suoi studenti e della sua classe dirigente: non per nulla alla pubblicazione del suo libro e alla sua straordinaria fortuna si accompagnò anche una notevole ostilità da parte della sinistra tedesca e l'accusa di essere, più o meno, il consigliere culturale di Adenauer, il teorizzatore di una nuova Europa carolina, visti i confini spaziali ristretti che egli attribuiva all'Europa culturale e letteraria (escludendo la ‘Slavia', l'Europa dell'est), quasi coincidenti con quelli dell'Europa a sei del Trattato di Roma, che nel frattempo si è progressivamente allargato fino a larga parte dell'Europa dell'Est (ma non tutta. Manca un paese-chiave per la letteratura europea moderna: la Russia).
Può essere interessante notare come un grande sodale e amico di Curtius, il poeta americano ma anglicizzato Th. S. Eliot, negli stessi anni condividesse la visione culturale unitaria e cristiano/cattolico-centrica del Curtius, ma se ne distaccasse dal punto di vista politico. In un famoso intervento del 1944, Che cos'è un classico?, Eliot, come già Curtius nel 1930, indica in Virgilio e nell' Eneide il simbolo delle radici e della continuità geografica e storica della cultura europea, ma proponendo, come ha ben visto Coetzee, il premio Nobel sudafricano, il

«programma per un'Europa di stati-nazione in cui si sarebbe fatto il possibile per tenere le popolazioni nei loro confini, in cui si sarebbero incoraggiate le letterature nazionali e mantenuto il carattere cristiano – un'Europa in cui in effetti la Chiesa cattolica sarebbe rimasta la principale organizzazione sovranazionale».

Una prospettiva che avrebbe poi costituito uno dei poli della discussione politica, sino ai giorni nostri, e che vede ancor oggi l'Inghilterra lontana dall'Europa continentale e altri grandi Stati-nazione, come la Francia, in posizione ancora distante dal progetto di costituzione unitaria dell'Unione Europea.
Per Curtius l'orizzonte è dunque quello insieme classico-cristiano della grande tradizione cattolico-romana, ma già proiettato in un'Europa unitaria, a cui si doveva cercare di far corrispondere anche una letteratura europea unitaria, e una formazione e organizzazione degli studi rinnovate e unitarie: quel che è appunto oggi anche il nostro problema.
Quelle di Curtius sono preoccupazioni analoghe a quelle che negli stessi anni avevano mosso Erich Auerbach a scrivere un altro volume fondativo per una moderna letteratura europea, Mimesis. Dargestellte Wirklichkeit in der abendländischen Literatur (uscito ancor prima di Letteratura europea e Medioevo latino, nel 1946), titolo alquanto tradito nella versione italiana (Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, 1956). Ma con una differenza fondamentale: ciò che per Curtius è organicamente inserito nel grande corpus retorico che collega Antichità, Medio Evo e Modernità, senza soluzione di continuità, per Auerbach è innanzitutto compresenza e scontro degli stili impiegati nella rappresentazione della realtà, quali già individuabili in Omero e nella Bibbia e quali si inseguiranno con alterne vicende fino ai nostri giorni. E' proprio da tale compresenza e da tale scontro che per Auerbach, di fatto, si definisce una tradizione, una continuità che al tempo stesso è anche innovazione, grazie al decisivo ed eversivo messaggio del cristianesimo, ad un Nuovo Patto (Nuovo Testamento) che sostituisce e ingloba al tempo stesso il Vecchio Patto (Vecchio Testamento), ai piscatores che sostituiscono i senatores e che fondano quindi una nuova concezione degli stili. In un certo senso è la ribellione cristiana alla civiltà e alla cultura classica che crea veramente l'Europa e la cultura europea, quando viene disfatto l'universalismo romano (l'Urbs-Orbis) organicamente non-europeo, e si fonda un'idea di società non ‘classica' e non ‘classista', giusta l'etimologia di ‘classe'.

C'è un tratto che comunque collega il conservatore Auerbach e l'innovatore-progressista Auerbach: entrambi pensano alla letteratura europea come ad un'unità, concorde o discorde poco importa, che si stende lungo quasi tremila anni e che il Caos del Novecento sta mettendo in pericolo e che quindi va preservata, anche con metodi di studio e di analisi innovativi.
E' quanto negli stessi anni, dai Trenta ai Sessanta del Novecento, con maggiore o minore coscienza, sperimentano, in critica letteraria e nella storiografia quanti guardano alla storia umana da un punto di vista europeo, nel timore di vivere la fine di un'epoca. Tutti quindi convinti di dover guardare alla storia da una prospettiva di “lunga durata” che dia conto della struttura profonda, dei movimenti essenziali dello sviluppo storico, per poter rispondere a domande vitali, innanzitutto dal punto di vista della propria esistenza, del senso della propria vita e di quello della propria comunità. Dal famoso e famigerato E. Spengler, quello del Tramonto dell'Occidente , ad A. Jolles, all'Huizinga della Crisi della civiltà, a P. Toynbee, fino al Braudel della “lunga durata” e delle Annales, la grande storiografia europea guarda al proprio passato da un Presente vissuto come Finis Europae , Fine della Civiltà: vi guarda con la necessità di rivedere e rivelare, scoprire un Senso, un «campo intellegibile del sapere» (Toynbee) nella storia del proprio continente per proiettare una luce sul Presente e sul Futuro.
Dal punto di vista di chi guarda alla letteratura europea come ad un insieme unitario e di lunga durata, perciò, proposta di una vera e propria ‘letteratura europea', coscienza della Krisis della cultura europea e coscienza del far parte di un sistema letterario europeo unitario (ricordate le quattro domande da cui siamo partiti?) nascono e si sviluppano insieme.

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Esiste però, in realtà, anche un'altra idea di ‘Europa' e di ‘Letteratura europea'.
Per F. Guizot, all'incirca un secolo prima (1828 , Histoire de la civilisation en Europe ), a differenza di Novalis ma come già per Machiavelli, i conflitti e le differenze non sono un elemento negativo, la dissoluzione di un insieme cui guardare con nostalgia, ma la culla della libertà e dello sviluppo, l'essenza specifica dell'Europa:

«il potere spirituale e temporale, l'elemento teocratico, monarchico, aristocratico, democratico, tutte le classi, tutte le situazioni sociali si mescolano e si affollano; vi sono infinite gradazioni di libertà, di ricchezza di potere. Tra queste forze esiste un conflitto perpetuo, e nessuna di loro riesce a soffocare le altre, e ad impadronirsi da sola della società nel suo insieme [...] Nelle idee e nei sentimenti dell'Europa, stessa diversità, stessa lotta. Convinzioni teocratiche, monarchiche, aristocratiche, popolari, si incrociano e si combattono [...]» (pp. 37-38).

Ma è possibile far iniziare la storia dell'Europa e della letteratura europea dai moderni stati-nazione? Credo che sarebbe difficile anche per la storia economica e politica dell'Europa: certamente lo è per la storia dell'idea di ‘Europa', al contrario di quel che pensava il pur grande Chabod, pur se occorre distinguere, come si è avvertito, tra realtà e coscienza della realtà. Non sembra comunque esservi dubbio che i termini Europa e Europeenses siano usati in senso non soltanto geografico ma ideologico in due testimonianze quasi coeve, e in momenti emblematici: Europeenses sono chiamati gli uomini di Carlo Martello schierati contro gli Arabi a Poitiers, quegli Arabi pur così decisivi per la storia culturale europea, e pater Europae è definito già Carlo Magno, pochi decenni dopo. L'incontro con l'Altro (gli Arabi), come poi avverrà con la scoperta dell'America, costruisce e produce per contro una coscienza più sicura e forte della propria identità e dei legami interrelazionali tra gruppi pur diversi.

Nel caso della letteratura le cose sono ancora più chiare, anche se paradossalmente l'uso del termine ‘europeo', per definire il sistema letterario dell'Europa è molto più tardivo e se in una grande opera della casa editrice Einaudi dedicata appunto alla Storia d'Europa, il capitolo sulla letteratura europea viene fatto iniziare dal XVI secolo proprio in base ai principi enunciati da Guizot. La durata del Tempo nei vari eventi storici non è del resto quasi mai la stessa: anche nei fatti culturali spesso è diversa da quella rilevabile negli eventi politici. Le “periodizzazioni” comunemente accettate nella storiografia politica non hanno molto senso nella storiografia letteraria e culturale: qui Curtius aveva senz'altro ragione. La “lunga durata” di tecniche, fenomeni e generi letterari che dall'antichità classica e medievale arrivano sino alla letteratura e cultura moderna e contemporanea, impongono a volte periodizzazioni autonome. Una disciplina fondamentale per il discorso orale e scritto come la retorica, ad esempio, attraversa con la presenza di elementi costanti la letteratura di tutti tempi e di tutti i paesi, sino all'età contemporanea. Oggi infatti è divenuta di nuovo fondamentale nella produzione e nell'analisi dei moderni mezzi di comunicazione di massa, cinema e televisione compresi. E' naturalmente stata soggetta anch'essa a variazioni dipendenti dalle diverse condizioni storiche, ma con un insieme di regole ben determinate e costanti, valide ancor oggi.

Nella letteratura, i generi, i temi, le forme e i personaggi elaborati nella lontana Antichità classica giocano ancora un ruolo fortissimo, da molti punti di vista, nella produzione letteraria e contemporanea, ivi compresi aspetti apparentemente lontani dalla produzione letteraria, come le sceneggiature di film e di serial televisivi o perfino la pubblicità. Anzi, è senz'altro possibile sostenere che spesso la capacità creativa e la riuscita estetica di un prodotto letterario e culturale contemporaneo è legata anche alla capacità con cui riesce a incorporare e/o a confrontarsi con l'Antico.
In letteratura, perciò, è impossibile distinguere tra un “Antico” ormai inutile e un “Moderno” o “Contemporaneo” che ha “superato” quanto è stato precedentemente prodotto; l'idea che un'“invenzione” renda superata quella precedente è sostenibile (e non completamente, come è stato riconosciuto recentemente) nelle scienze naturali e tecnologiche, non in quelle storiche, “umanistiche”. L' Odissea pagana dell'Ulisse di Omero non è resa inutile dal viaggio cristiano di Dante nella Commedia, né dall' Ulysses di James Joyce: senza conoscere l' Odissea è certo possibile apprezzare, ma impossibile comprendere pienamente i due grandi capolavori dell'età moderna (la Commedia) e del mondo contemporaneo (l' Ulysses). La letteratura, oltre che rispondere alle sollecitazioni e alle richieste della storia, è un' attività che riflette anche su se stessa, un'arte che riusa in continuazione se stessa, per mettere in discussione e criticare il passato: non soltanto per conservare ma anche per produrre e innovare . I grandi “classici”, a distanza di duemila e passa anni sono ancora, per antonomasia, quelli Greco-latini e solo recentemente il termine si usa per autori più moderni, ma sempre seguito da qualche ulteriore specificativo (ottocenteschi, moderni, ecc.).

La “lunga durata” della letteratura europea da Omero a Dante a Joyce, tutti autori che segnano nuovi inizi periodizzanti, non a caso nel nome dello stesso protagonista, Ulisse, non è un'invenzione di Auerbach o di Curtius. Così come non è un'invenzione di Curtius la continuità delle formule retoriche, dei temi e dei personaggi che da Omero e dalla Bibbia arrivano sino a Goethe e alla letteratura novecentesca, compresa quella ‘diffusa' negli spot pubblicitari o depositata nei fumetti e nei cicli cinematografici, fino ai western di Sergio Leone o alle hollywoodiane Guerre stellari di Spielberg. Il viaggio, l'avventura, il Ritorno, sono miti con cui si misuravano l'autore e il lettore antico e con cui si continuano a misurare gli autori e i lettori moderni, con altri mezzi e con altre platee: non più quelle ‘solo' letterarie ma quelle ben altrimenti possenti e planetarie delle comunicazioni di massa, che pure sulla letteratura, in larga massima europea, continuano a poggiare e senza cui risultano assolutamente incomprensibili o sterilizzate, comunque unidimensionali.
Potremmo a questo punto aprire una lunga e per certi aspetti inedita e appassionante parentesi sui grandi movimenti unitari della letteratura europea, che certo non nascono coll'età moderna e col romanzo, né sono apprezzabili soltanto sul piano sincronico, quello delle periodizzazioni scolastiche (Medioevo, Età moderna, ecc.), fino alla “Repubblica delle lettere” di Voltaire e alla storia dei generi. Tutti movimenti perfettamente coscienti di rappresentare un'unità, pur nelle sue discontinuità, nelle sue varietà e nei suoi salti innovativi, magari non definiti sempre ed esplicitamente come ‘europei' ma comunque e certo espressione di un sistema unitario.

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Sarebbe peraltro materia più di un corso intero o di un volume che di un'esposizione riassuntiva. Mi limiterò a ricordare come il canone scolastico degli autori mediolatini stia a fondamento di tutta la letteratura europea in volgare, con poche varianti, sino a Dante e oltre, per quasi mille anni, e come il genere epico, che inaugura la letteratura moderna con la Chanson de Roland, percorra tutta l'estensione geografica in versioni che vanno dall'estremo Sud d'Italia all'estremo Nord europeo e si afferma sin nei nomi di persona e geografici alla moda (basta guardare una mappa geografica), tutti ancora tra noi negli archetipi, nei nomi di persona, nei miti, nel cinema, nella televisione, nei videogiochi, in tutto ciò che ho altrove definito ‘letteratura diffusa'.
Lo stesso vale per il romanzo cavalleresco ben prima che per il romanzo borghese ottocentesco, che pure è il genere che segna in modo decisivo la nostra Modernità e il sistema delle nostre emozioni ‘europee' (e globali!), in ogni istante della nostra vita, come del resto aveva già fatto e continua a fare la poesia lirica. Il romanzo è certo il genere che accompagna l'ascesa della borghesia e lo sviluppo dei moderni stati nazionali, fino a comprendere anche l'Est europeo e la Russia, per espandersi in tutto il globo, esempio perfetto di un'unità nella diversità.
Anche la lirica moderna è un genere specificamente ed eminentemente europeo: è insieme scoperta dell'Io (un Io infinito, senza limiti, contrariamente a quello ‘classico', come aveva ben visto Hegel) e una vera e propria scuola dell'affettività, che crea anche una diversa concezione della Donna (altro elemento fondamentale della letteratura e cultura europea), con una diffusione fulminea nell'Europa medievale, dal centro, la Provenza e la Francia, a est, in Germania, a Ovest, in Spagna e Portogallo, a Nord, in Inghilterra, nell'Italia del Nord e del Sud, in Toscana, fino a noi, al Romanticismo, quando è sulla concezione nuova dell'Io lirico romanzo che si crea la grande lirica moderna, quell'Io caratterizzato secondo Hegel da un'« interiorizzazione del contenuto», «la cui infinità costituisce in sé la profondità dell'animo romantico»: fino, poi, alla dispersione di quell'Io onnipotente nell'Inconscio e nella musica moderna.
Il Novecento europeo e mondiale non sarebbe dunque comprensibile senza le stratificazioni letterarie e le certezze che la letteratura europea, da Dante a Goethe a Joyce e Eliot, consegna alla Crisi dell'Io novecentesco: crisi del romanzo e dell'Io, lirico e non, come crisi della borghesia e pure come sua ulteriore espansione ideale ed ideologica, suo destino, nel mondo globalizzato e mass-mediatico.

Come dunque l'Europa è segnata spazialmente dall'incontro tra il Sud mediterraneo e il Nord europeo e dalla compresenza di uno straordinario pluralismo linguistico e culturale, compreso quello, fondativo, della cultura araba, così il suo tempo storico e soprattutto letterario è segnato dalla compresenza dell'antico e del moderno, dal nesso tradizione-innovazione. Una miscela che grazie alla grande Catastrofe della caduta dell'Impero romano, al nuovo inizio barbarico medievale e all'incontro-scontro fra tante civiltà diverse, identifica l'Europa rispetto ad ogni altro continente e ne costituisce la cifra genetica. L'America, lo diceva già con straordinaria lucidità e ammirazione un genio come A. de Tocqueville, è la terra dell'Innovazione, del melting pot, ma è senza la Storia e la Tradizione dell'Europa, mentre il Medio Oriente e l'Asia, che erano la terra della Tradizione, si propongono ora con forza, anche per questo rispetto, ma con caratteristiche del tutto particolari, come un Luogo del nostro Futuro, abbandonate le «lente carrozze d'Asia» che tanto avevano colpito Montesquieu: un polo con problematiche diversissime ma in parte anche analoghe alle nostre.

Fino ad oggi, del resto, soltanto in Europa, non per nulla, è stata pensabile e praticabile l'idea di Avanguardia, di un Nuovo che vuole uccidere il Vecchio, come il Figlio il Padre, fino al superamento postmoderno. Soltanto in Europa è possibile avere un senso storico che consideri la compresenza di antico e moderno e quindi di atemporale e temporale un elemento fondativo, come proponeva Th. S. Eliot:

«[…] il senso storico costringe un uomo a scrivere non solo con la sua generazione nel sangue, ma col sentimento che tutta la letteratura europea da Omero in poi, e in essa tutta la letteratura europea del suo paese, viva un'esistenza simultanea e rappresenti un ordine simultaneo. Questo senso storico che è, insieme, senso dell'atemporale e del temporale, tanto quanto del temporale e dell'atemporale insieme, è ciò che fa uno scrittore tradizionale. Ed è, ugualmente, ciò che più fa uno scrittore acutamente consapevole del suo posto nel tempo, della sua contemporaneità»

Da questo punto di vista la stessa poesia di Eliot appare pienamente novecentesca. La sua idea di Tradizione è infatti legata all'Innovazione e perfino all'idea di un'Europa in perenne movimento proposta da Edgar Morin: un “vortice” capace di associare i contrari, di ri-accogliere il diverso, di ri-fondare le proprie strutture, incorporando l'Antico. E' la lezione del resto delle sue architetture e delle sue arti, che non per nulla proprio a Roma si esaltano al massimo livello, con le chiese erette su templi pagani e le case e le piazze su teatri romani. Ed è anche la lezione della sua letteratura, la sua scommessa sulla possibilità di una continua rivoluzione e rinascita, a patto di saper comprendere la lezione che sale dalle sue pietre e dalle sue scritture.

«La difficoltà di pensare l'Europa è innanzitutto questa difficoltà di pensare l'uno nel molteplice, il molteplice nell'uno: l' unitas multiplex . E nello stesso tempo di pensare l'identità nella non-identità: [...] ciò che fa l'unità della cultura europea non è la sintesi giudeo-cristiano-greco-romana, è il gioco non solo complementare tra queste istanze, ciascuna delle quali ha una sua logica: si tratta appunto della loro dialogica » (E. Morin, Pensare l'Europa , p. 21).

Purché si ricordi la lezione del grande classico della Modernità, ancora oggi riconosciuto, fra tutti gli auctores, come tale, Goethe: «Nulla c'è che nasca che non meriti di essere disfatto».
Una nuova costruzione, in altre parole, non può nascere che dalla coscienza del Tragico, di ciò che è stato prima e ha insanguinato anche la letteratura oltre che la storia europea, e non solo dalla coscienza del Bello, come pensava Curtius (e la cultura liberale conservatrice). Il famoso dibattito sulla possibilità di fare poesia dopo Auschwitz è stato in questo senso emblematico e andrebbe ripreso in modo serio (anche alla luce della grande poesia composta dopo Auschwitz, innanzitutto da quella, veramente europea, di Paul Celan). L'aveva già capito negli anni Trenta Walter Benjamin col suo Angelus novus, che il vento della storia trascinava in avanti ma con la testa rivolta all'indietro, a guardare le rovine del passato. Perché l'Europa non diventi la “Fortezza Europa” di hitleriana memoria, come sognano ancora molti nostalgici, occorre saper guardare alle rovine, oltre che alla grandezza del Passato e assumerne su di noi, anche nel futuro, il peso: a cominciare da quell'immenso problema, anche letterario, che è il postcolonialismo e il rapporto fra canone europeo e multiculturalismo.

Abbiamo con ciò tentato di dare una risposta alla prima domanda e anche, nel corso del discorso, alla seconda e alla terza, ma tutto ciò, malgrado tutto, rappresenta uno ieri che, purtroppo, è ancora un oggi , poiché sul piano storiografico e istituzionale molto invece resta ancora da fare. Qualcosa, per la verità, si sta muovendo anche a livello delle istituzioni scolastiche, a livello universitario e della ricerca (grazie anche all'opera di un grande rettore della “Sapienza”, Anto nio Ruberti). Ma nulla di paragonabile a Maastricht o alla pur sospesa Costituzione europea.
Questo è il problema della letteratura europea di domani, il nostro domani. Poiché una letteratura, come insegna tutta la storia europea, nasce innanzitutto nelle istituzioni scolastiche e nei suoi canoni, nelle idee cioè a cui si commisurano poi tutte le altre letture e creazioni, anche per rifiutare tutto il pregresso (si pensi alle Avanguardie storiche, altro fenomeno eminentemente europeo). E allora vorrei concludere rivelando l'esistenza di una ricerca e di un'inchiesta che la nostra Università ha condotto in gran parte delle principali università europee. L'inchiesta, che sarà poi ulteriormente allargata e si articolerà in molte direzioni, è volta a capire se nella coscienza dei critici e dei professori europei esista una visione condivisa di un canone della letteratura europea. Non si intende indulgere alla moda dei 100 autori da salvare o cose consimili, ma iniziare un percorso ben altrimenti complesso e difficile. Ne siamo consapevoli. Ma questo è il primo passo, necessario, per capire se è possibile pensare ad un insegnamento letterario realmente ‘europeo', ad una visione condivisa di opere e autori la cui lettura e il cui studio sia realmente formativo per il giovane europeo di domani e per una letteratura europea composta non come sommatoria sovrapposta e parallela delle singole letterature nazionali.
Qualcosa insomma di diverso da quel Western Canon, quel canone occidentale così imperiale e così americano proposto da Harold Bloom: uno stimolo a riconoscere l'Europa ma non a rinchiudersi al suo interno, nella convinzione che solo un nuovo ‘vortice' potrà realmente rappresentare l'Europa di domani, ma che per crearne le premesse è necessario intanto capire cos'è oggi canonico e cosa può valere come tradizionale. Anche per concludere, eventualmente, che di canone, scolastico o meno, è meglio non parlare: ma si ricordi che è proprio dal canone scolastico medievale che nasce la moderna letteratura, da Dante in poi.
Insomma: ieri, il canone storico, quello che nel Medio Evo latino ha fatto l'Europa e che ancora Dante coonesta nel IV canto dell'Inferno (ricordate? Virgilio/Omero, Lucano, Orazio, Ovidio, «ed io fui sesto fra cotanto senno», ma sette con Stazio nel Purgatorio); domani, qualcosa che non sappiamo cosa sarà. Dovrà certamente confrontarsi e incorporare il diverso, la crescita di una società multiculturale. Ma dovrà innanzitutto partire dalla propria specificità, da quel nesso Tradizione-Innovazione, Passato-Presente, che dell'Europa è la cifra caratteristica, da Omero a noi: l'abbiamo appena visto.
Nel Convegno che si tiene in quest'Università, la “Sapienza”, il 15 e 16 giugno prossimi, sempre nell'anniversario dei trattati di Roma, daremo e discuteremo analiticamente, nel tempo necessario, i risultati dell'inchiesta e della ricerca, con colleghi di varie parti d'Europa, iniziando a costruire, speriamo, un pezzo del nostro domani, di amanti e studiosi della letteratura europea del futuro, dunque di un nuovo ‘vortice'. Con la speranza che anche le istituzioni scolastiche e politiche possano collaborare, impegnandosi a costruire nel tempo, con studenti e docenti, un nuovo approccio formativo alla letteratura europea.

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