Canone e prassi:  tre storie della letteratura mondiale pubblicate in Ungheria.

József Pál - Università di Szeged

 

Sin dalla sua comparsa, la parola Weltliteratur, ‘letteratura del mondo’, viene usata per far riferimento, nel novanta per cento dei casi, a testi letterari scritti in lingue europee, con l’aggiunta di alcuni autori e opere del resto del mondo. I manuali sul tema presentano lo sviluppo organico, autonomo della letteratura europea, con sporadici inserti extraeuropei, avvalorando la concezione di un’identità culturale e letteraria dell’Occidente. Vengono spontanee alla mente le parole che Goethe ebbe a pronunciare durante una conversazione a tavola (il 31 gennaio 1827), facendo appunto risalire quell’identità alla comune matrice classica: “Noi non dobbiamo pensare che il modello sia cinese, o serbo, Calderón oppure i Nibelunghi: se proprio vogliamo un modello, dobbiamo sempre rifarci agli antichi Greci, nelle cui opere è costantemente rappresentata la somma bellezza umana. I prodotti letterari degli altri popoli dobbiamo considerarli solo dal punto di vista storico, pur appropriandoci di quanto c’è in essi di buono.”[1]

L’esigenza di “separare i canoni” della letteratura europea è nata nei decenni tra l’Illuminismo francese e il Romanticismo tedesco, vale a dire nel periodo dell’incontro-scontro tra l’universalismo dell’Illuminismo (Voltaire, Le siècle de Louis XIV, 1751-1752) e la filosofia del ‘nazionalismo’ storico-culturale di Herder. Nei suoi Canti popolari (Volkslieder, 1777-1778) Herder offriva un canone del tutto diverso rispetto a quello convenzionale. Fino al Settecento non erano state sollevate frequenti polemiche intorno alla questione del canone: era riconosciuto il sistema dei dotti antichi di Alessandria, dei padri della Chiesa e della communis opinio dei pochi letterati, dell’élite intellettuale europea. Piuttosto che sul canone, universalmente accettato, si poteva dibattere sull’inserimento di un determinato autore al suo interno: l’esempio più eclatante in questo senso è rappresentato dal contrasto di opinioni di Voltaire e di Herder sull’importanza di un autore come Shakespeare. Ma questo stesso esempio ci proietta già in un nuovo scenario, nel quale il problema del canone sta cominciando a porsi in termini radicalmente diversi. Fattori determinanti del cambiamento sono, oltre a una nuova impostazione ideologica, il consistente aumento sia della produzione letteraria sia del pubblico dei lettori. Il primo dibattito veramente europeo intorno ai problemi generali della storia e dell’arte mette in discussione anche i canoni, contrapponendo all’antica cultura classica, espressione del  paganesimo, la nuova cultura ‘sentimentale’, che affonda le proprie radici nel Medioevo cristiano, espressione dell’anima nordica, lontana dal sereno equilibrio della classicità. In questa prospettiva, la letteratura è vista come riflesso della vita nazionale.[2]

Cento anni dopo, erano in molti a teorizzare la possibilità o, meglio, la necessità di un’unità spirituale europea implicante anche un canone letterario forte e più o meno omogeneo, segno della supremazia intellettuale dell’Europa. Il Kulturpessimismus di Oswald Spengler (Il tramonto dell’Occidente, 1918-1922), e le fondamentali sintesi Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter (1948), di Ernst Robert Curtius, e Mimesis. Dargestellte Wirklichkeit in der abendländischen Literatur (1946), di Erich  Auerbach, servivano come base per le storie della letteratura del mondo ispirate a una visione eurocentrica.  

In Ungheria l’insegnamento della letteratura mondiale è sempre stato considerato di  fondamentale importanza. A ogni livello scolastico, i programmi di letteratura riservano ampio spazio allo studio delle letterature straniere. Tenendo conto anche delle esigenze dei docenti, negli ultimi decenni sono stati pubblicati alcuni testi utilizzabili come manuali scolastici, dato il loro impianto sistematico nella presentazione del materiale: Mihály Babits, Storia della letteratura europea (1934), pubblicato anche in Italia (traduzione di Matteo Masini, Roma, Carocci, 2004); Antal Szerb, Storia della letteratura mondiale (1941); AA.VV., Letteratura del mondo (2005), pubblicato dall’Editrice Akadémia.

Questi volumi si propongono come utili strumenti per l’insegnamento universitario e per l’orientamento degli studenti. Per testi di questo genere il maggior problema di carattere teorico è un problema di individuazione e classificazione: l’assunto di partenza determina la selezione degli autori e delle opere.

Per il cattolico e classicista Mihály Babits  (discepolo, negli anni giovanili, di Giosuè Carducci) la letteratura europea (che, a suo avviso, rappresenta la parte migliore della letteratura mondiale) non è l’insieme delle letterature nazionali. È quasi un’unità metastorica, un unico organismo, più antico delle espressioni letterarie in varie lingue. Per Babits  dall’unità originaria nascono le varie letterature, prima fra tutte la greca antica. Per spiegare la sua concezione, il letterato ungherese ricorre a una metafora: l’albero della letteratura europea trae alimento dalle radici delle letterature nazionali e, più ancora, dalle correnti universali.  La pioggia, fecondatrice della terra, e il vento simboleggiano gli elementi comuni, europei. Prima, e al di sopra delle letterature, esiste la letteratura europea che cerca l’assoluto, basandosi sul potere dell’individuo (contrapposto alla mediocrità della collettività). La scienza moderna, afferma l’autore, considera la letteratura come un fenomeno sociale, come l’espressione della vita di una comunità. In modo analogo a Benedetto Croce, Babits individua il vero fine della letteratura nell’espressione stessa che è uguale alla bellezza, e definisce la  letteratura mondiale come “la presa di coscienza dell’umanità.”[3]

Secondo il traduttore ungherese della Commedia di Dante, l’elemento fondamentale dell’unità spirituale dell’Europa è la lotta contro lo spirito comune: le tensioni drammatiche rappresentano il principio stesso dello sviluppo. Nelle culture orientali (“esotiche”, per usare  la sua espressione), invece,  prevale il senso della collettività: le grandi personalità non sono ribelli, ma rappresentano la società nel suo insieme. Per uno strano paradosso, nella cultura europea l’individualità crea l’unità dell’umanità, mentre lo spirito collettivo orientale porta alla separazione. Dal punto di vista sociologico, uno scrittore mediocre si trova in sintonia con il lettore medio, perché si fa interprete dello spirito comune di una nazione; in questa prospettiva è importante il pubblico e non la grande personalità, la vita letteraria e non la letteratura. D’altra parte, soltanto la letteratura è importante per un letterato veramente grande, che cerca l’assoluto al di là dello spazio e del tempo. Il concetto babitsiano della letteratura del mondo è aristocratico, in quanto non tiene conto del favore dei lettori, ma del valore estetico eterno. I grandi poeti entrano in corrispondenza tra loro, indipendentemente dal periodo storico e dalla diversità delle lingue.

Babits suddivide la sua storia della letteratura in due grandi periodi: il primo parte dalle origini greche[4] della letteratura e giunge sino al 1760, il secondo comincia con l’Ossian (“c’era forse qualcosa di simbolico nel fatto che la nuova letteratura dovesse iniziare con un falso”, p. 199). Babits esamina anche la fortuna dei classici greci, evidenziando il perdurare della loro influenza anche su autori appartenenti al secondo periodo (Dumas, Ibsen, Wedekind, Strindberg ecc). Per quanto concerne il Medioevo, sono messe in particolare rilievo  la poesia religiosa della Schola palatina (Amor sanctus), la cavalleria e la poesia trobadorica. Il Rinascimento è caratterizzato abbastanza negativamente rispetto al Medioevo, mentre la Riforma, reazione al ‘paganesimo’ spirituale della letteratura umanistica, non si vede riconosciuto uno spazio specifico nella storia della letteratura del mondo: l’opera di Lutero viene definita rilevante soltanto da un punto nazionale. Del secondo periodo viene offerta una sintesi imperniata sui seguenti soggetti: Ossian, le ballate nordiche, Sturm und Drang, Weimar, Nietzsche, Fin de siècle, Shaw, Valery, Proust, Joyce.

Il tuttora popolarissimo manuale di Antal Szerb è nato durante i primi anni della seconda guerra mondiale. Szerb, che attribuisce alla letteratura un valore fondamentale per l’uomo,[5] sente profondamente il Kulturpessimismus dei ‘chierici’- il suo maestro di filosofia della storia era Oswald Spengler, autore de Il tramonto dell’Occidente (1918-1922). Egli tende, appunto, a trasporre in ambito letterario la morfologia delle culture spengleriana.  La sua scelta del materiale per una “storia della letteratura del mondo” è piuttosto limitata, concepita su misura per una piccola biblioteca privata ben selezionata. L’intento fondamentale di Szerb è quello di disegnare la fisionomia della cultura faustiana attraverso la letteratura europea (con poche integrazioni extra-europee). La composizione della letteratura  del mondo viene a essere sintetizzata in questi termini: “le letterature delle due lingue classiche, greca e latina, poi la Sacra Scrittura,  questi sono i fondamenti comuni della nostra cultura. Seguono le letterature delle tre grandi lingue figlie del  latino, la francese, l’italiana, la spagnola, e le letterature delle due grandi lingue germaniche, tedesca ed inglese. Si aggiungono a queste [...] la polacca, la russa, le scandinave, solo queste esercitano influenza sulla letteratura universale, solo queste fanno parte del sistema dei rapporti..”[6]

La storia della letteratura del mondo di Szerb non ha il tono personale, di  ‘confessione’ o di diario, della Storia della letteratura europea di Babits: è concepita con più metodo e assume quasi il carattere di un essai scientifico contro la nuova barbarie. Si articola in 12 capitoli: Greci (64 pagine), letteratura latina (50), la Sacra Scrittura e l’Antichità cristiana (31), Bizanzio e l’Islam (12), Medioevo (65), Rinascimento (50), Barocco (70), Illuminismo (50), Romanticismo (21), Realismo (175), Fin de siècle (51), Contemporanei (83). Lo storico della letteratura ungherese, che, peraltro, come scrittore era un vero italomane, riserva poche pagine al Rinascimento, nel quale risulta inserito anche Dante. Alla fine delle otto pagine che gli dedica, afferma che Dante è universale (come il cattolicesimo), il   poeta più universale della storia della letteratura, più dell’inglese Shakespeare e del tedesco Goethe. D’altra parte, però, nell’Indice non appare il nome di Dante, mentre il capitolo Shakespeare e la sua epoca conta 23 pagine, Goethe e la sua epoca 20. (Nel manuale di Szerb soltanto a questi due autori, e agli scrittori russi dell’Ottocento considerati globalmente, corrisponde  un’epoca,  cioè, a suo avviso, solo di loro si può dire che hanno fatto un’epoca, di Dante ed altri no.)

 Szerb ricostruisce un percorso spirituale-letterario dell’umanità, tralasciando, da un lato, l’incidenza dei fattori storici e, dall’altro,  gli autori delle letterature nazionali che non rientrano nell’ambito di una ristretta élite. Nella sua visione, la letteratura, che è, in realtà, la “visione di Dio”, o una totalità concepita dalla libera immaginazione, [7] non è legata alla storia (delle nazioni) propriamente detta, ma segue un  suo sviluppo autonomo. La visione storica di Szerb si basa sull’assunto che siamo alle soglie di grandi cambiamenti che possono dar luogo a esiti diversi: o l’unità inarticolata distruggerà la varietà (non è difficile individuare un riferimento alle ideologie degli stati totalitari), o la disgregazione totale renderà impossibile l’unità. Si tratta in entrambi i casi di pericoli mortali per la letteratura del mondo, che può esistere solo nella tensione dialettica di unità e varietà.

A questo punto si rende opportuna una distinzione sottile, ma molto importante, tra  letteratura del mondo e letteratura universale. Goethe, il magnus parens, sembra partire dall’idea che l’unità della letteratura universale nasca dalla molteplicità delle letterature nazionali, che si proceda, cioè, dalla molteplicità all’unità. Secondo Babits (e Szerb), il percorso è contrario: dall’unità originaria nasce la molteplicità, che è un’unità “seconda(ria)”. Prima esiste la letteratura del mondo come unità, e da essa derivano poi le diverse letterature nazionali. La prima viene paragonata anche a un uccello che vola e che ha diversi nidi, sui quali di tanto in tanto va a posarsi.

La concezione goethiana della letteratura universale colloca l’uno accanto all’altro organismi separati,  ammettendo che  anche gli elementi locali possano esercitare un ruolo importante nelle varie culture. Questa concezione impone una prospettiva diacronica allo studioso che si volge alla ricerca di elementi comuni (idee, temi, motivi ecc.) ricorrenti all’interno dei movimenti autonomi e paralleli delle letterature nazionali. Non così lo studioso della letteratura del mondo. Secondo Babits,  la vera letteratura è sincronica, un processo unitario, un’unica “circolazione del sangue”, al di sopra delle barriere storiche, linguistiche e temporali[8].

            Il terzo manuale[9], Letteratura del mondo (2005), sfruttando i risultati della collana editoriale dell’Associazione Internazionale di Letteratura Comparata[10], vuole presentare letterature scritte in circa cinquanta lingue, conciliando il concetto aristocratico della letteratura mondiale come processo unitario, un’unica “circolazione del sangue”, e il concetto democratico della letteratura universale come insieme di culture nazionali. Pur nella consapevolezza dell’arbitrarietà di qualsiasi canone, l’opera, nelle sue mille pagine,  tiene conto sia delle varie “canonizzazioni” di carattere sociologico (testi scolastici, editoria, communis opinio) sia del giudizio di valore del redattore capo e dei suoi collaboratori (in numero di 20). Il volume si articola, grosso modo, in quattro livelli. Il primo viene a coincidere con il criterio della cronologia congiunto a quello della letterarietà (giudizio di valore).  In base ad esso vengono individuate otto grandi epoche più o meno omogenee (non in dipendenza da fattori storici; nel volume sono, in effetti,  pochissimi i riferimenti agli eventi non letterari): Antichità (Egitto e Asia, 30 pagine; Grecia, 56; Roma, 70; l’Antico Testamento figura tra le letterature della Mesopotamia, mentre il Nuovo nel capitolo sulla letteratura greca), Medioevo (125), Rinascimento (118), Illuminismo (85), Romanticismo (110), Dal Realismo alla Fine del secolo (105), Modernismo (136), Periodo Postmoderno e Contemporaneo (60). Il secondo livello, invece, corrisponde soprattutto alle esigenze di una storia universale delle letterature e contempla una divisione basata sulle lingue, come, per esempio, “Romanticismo tedesco”, “Letteratura del siglo de oro”, o sulle aggregazioni  politiche, come “Le letterature della Monarchia Austro-Ungarica” (letterature in 10 lingue, comprendenti autori come Kafka, Svevo, Hasek, Hofmannsthal). Il terzo livello investe i vari generi letterari:  “la tragedia francese del Seicento”, “la poesia dell’ermetismo” ecc.

Il quarto e ultimo livello perviene al singolo autore e alla singola opera.

            In tutte le epoche sono presenti elementi di ‘coesione’, forze centripete. I  fattori più importanti che incidono sensibilmente sulla genesi di una vera letteratura del mondo sono: a) le correnti spirituali (quali il Cristianesimo, o il Rinascimento),  b) i vari stili (per es. rococò, stile Liberty, Avanguardia), c) grandi temi e motivi europei (per es. Don Giovanni, Faust), d) idee religiose e laiche (quali la grazia, la libertà, il libero arbitrio), e) i vari costumi (per es. cortesia, cavalleria). Tra le 50 letterature qui trattate, 21 sono di lingua non europea.


Note

[1] G. P. Eckermann, Colloqui con Goethe, in Armando Gnisci, La letteratura del mondo, Roma, Carocci, 1991, p. 19.

[2] Mi riferisco, in particolare, alle opere di Madame de Staël, De la littérature considerée dans  ses rapports avec les institutions sociales, 1800, e De l’Allemagne, 1810, e alla prima storia comparata delle letterature: Simonde de Sismondi, De la littérature du Midi de l’Europe, 1813. 

[3] Babits Mihály, Az európai irodalom története, Budapest, Nyugat, é.n. (1934) p. 10 e p. 13.

[4] „Le storie delle letterature nazionali sono solite iniziare da esordi primitivi, da un’atavica poesia popolare fatta di esperimenti collettivi e senza nome. Niente di simile si trova invece alle origini della letteratura universale [nell’originale ungherese vilàgirodalom, letteratura del mondo] che salta fuori dall’oscurità del passato già armata di tutto punto, come Atena dalla fronte di Zeus.”  Mihály Babits, Storia della letteratura europea, Roma, Carocci, 2004, p. 33.

[5] Senza il libro (i.e. letteratura) l’uomo non può “vedere Dio”, “ non può vivere nel presente, che è pieno del passato e porta il futuro, se non conosce i diari meravigliosi del nostro genere umano.” Szerb Antal,  A világirodalom története, Budapest, Magvető, 1973, p. X (Introduzione).  

[6] Szerb, op.cit. , p. VI.

[7] Cfr. René Wellek,  La crisi della letteratura comparata., in Letteratura comparata. Storia e testi, a cura di Armando Gnisci e Franca Sinopol, Roma, Sovera, 1995, pp. 125-135.

[8] “I maggiori si continuano da un secolo all’altro, si porgono le mani al di sopra dei popoli.” Babits,  Az európai irodalom története, Budapest, Nyugat, s.d., p. 11. (La prefazione della prima edizione ungherese non figura nella  traduzione italiana  dell’opera.) 

[9] Vilàgirodalom. Főszerkesztő Pál József, Budapest, Akadémiai, 2005, pp. 1000. Per un’approfondita analisi di questo volume cfr. Poszler György, A lehetetlen lehetősége. Világirodalom a XXI. Században. (Possibilità dell’impossibile. Letteratura mondiale nel XXI secolo), in  “Tiszatáj”, 2006/12, pp. 69-80;  József Szili, After the Fall (Literary Histories after the Fall of literary History), in „Neohelicon”, 2007 junius, pp. 269-282.

[10] Si tratta della collana editoriale „Histoire Comparée des Littératures de Langues Européennes/ A Comparative History  of Literatures in European Languages”.

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