Quando la Russia parla europeo

Rita Giuliani

 

 

La nostra ricerca sul canone europeo si è rivelata generosa sia di conferme sia, ancor più, di smentite. Se assumiamo come termine di raffronto lo studio di Harold Bloom sul canone occidentale ( The Western Canon, 1994)1, i risultati che sono emersi dalla nostra indagine delineano una netta differenziazione, configurando, per l'appunto, un diverso, autonomo canone europeo, riflesso di quell' « unità intellettuale » della letteratura europea di cui scriveva Curtius in Letteratura europea e Medio Evo latino2. Il canone individuato da Bloom più che “occidentale” dovrebbe chiamarsi “americano”, tanto significative sono le discrepanze che esso mostra anche rispetto ai risultati a cui è giunto il nostro gruppo di ricerca.
Pienamente condivisibile appare l'affermazione di Bloom secondo cui il canone occidentale può essere sintetizzato in due nomi: Dante e Shakespeare. Con ciò il debito appare saldato. Almeno per quel che riguarda tutto quel mondo che è appoggiato «con un gomito sulla Cina e con l'altro sulla Germania »
3, ovvero il mondo slavo, e russo in particolare, i dati da noi raccolti e elaborati dicono tutt'altro. Proprio lo iato tra le conclusioni cui perviene Bloom e quelle cui è giunta la nostra ricerca è stato il primo e principale stimolo a queste mie considerazioni.
Con la parziale eccezione di pochi russi, non un autore slavo è incluso o nominato nel canone di Bloom, non un solo autore polacco o ceco, ché non possiamo considerare slavo Kafka, ebreo praghese di lingua tedesca, riconducibile a una specifica cultura praghese, non certo slava tout court . Ciò basta a mostrare l'angustia dell'angolo di visuale adottato dal critico americano.
Tra gli scrittori russi, Bloom accoglie nel canone principalmente Tolstoj anche - se non soprattutto - per darne ragione del violento animus anti-shakespeariano. Egli dedica uno spazio irrisorio a Dostoevskij ricordandone solo L'idiota e non nomina nemmeno una volta né Gogol' né Cechov. In un volume più recente, sul genio in letteratura
4, egli dedica medaglioni anche a Dostoevskij, Cechov e Babel' , ma esclude dall'olimpo della genialità letteraria scrittori come Gogol', Turgenev, Puškin e Nabokov5. Sui cento scrittori inclusi nel suo corpus solo quattro sono russi: un po' poco, come vedremo6.
Focalizzerò la mia attenzione, com'è prevedibile, sulla componente russa del quadro d'assieme che si è delineato. Questo non apre certo un “gran finestrone” di algarottiana memoria tra Russia e Europa, ma quanto meno un oblò panoramico. Un oblò sui generis aperto su entrambi i mondi.

Le risposte date dai colleghi russi al questionario da noi proposto7 concordano solo parzialmente con l'affermazione di Bloom sull'esclusiva centralità di Dante e Shakespeare: ex aequo al primo posto del gradimento figurano infatti anche Goethe, Molière, Hugo e Balzac, mentre Cervantes condivide il secondo posto con numerosi altri - Hoffmann, Schiller, Hesse, Kafka, Flaubert – tra cui non solo cultori di belles lettres, ma anche pensatori come Diderot, Pascal, ricordato per i suoi Pensieri , e, soprattutto, Voltaire e Rousseau. La presenza di questi ultimi due rivela la potenza della memoria culturale russa: entrambi i filosofi hanno avuto in Russia una straordinaria e duratura influenza. Ammirato da Caterina II, che lo definiva «il mio maestro»8, solo tra il Settecento e l'inizio dell'Ottocento Voltaire ebbe in Russia ben centoquaranta traduzioni; quanto a Rousseau, ancora agli albori del Novecento Tolstoj portava sul petto il ritratto del filosofo ginevrino al posto del crocefisso. Gli illuministi francesi erano a tal punto cari all' intelligencija russa che in un Dizionario degli scrittori russi del XVIII secolo, accanto agli esponenti della letteratura nazionale figuravano anche Voltaire, Diderot, Locke, Rousseau e Shakespeare9. Non credo che sia un caso se, con l'eccezione del solo Locke, nelle risposte russe al nostro questionario d'inizio XXI secolo tutti questi nomi compaiono ancora tra quelli dei più grandi autori delle letterature europee.
Nelle risposte russe sorprende la preponderanza degli scrittori francesi: oltre a quelli appena citati, sempre nell'affollato secondo posto figurano Stendhal, Proust, Zola e Rabelais. La “gallomania” caratteristica del Settecento russo, benché oggetto di tanti strali satirici – ricordiamo la battuta della commedia Il Brigadiere di Fonvizin: «Il mio corpo è nato in Russia, è la verità, ma il mio spirito appartiene alla corona francese»
10-, sembra aver lasciato un'impronta indelebile nella cultura russa. Il trauma dell'invasione napoleonica, che scatenò una forte ma non duratura gallofobia, ha intaccato solo in minima parte il richiamo esercitato sui russi dalle lettere francesi. Nel 1889, il protagonista di un grande racconto di Cechov, Una storia noiosa, docente universitario al pari dei colleghi che hanno risposto al questionario, spiegava così la sua predilezione per la letteratura francese: «Non dirò che nei libri francesi ci siano talento, spirito e sentimento. Anche quelli non mi soddisfano punto. Sono tuttavia meno noiosi dei libri russi e non è raro trovarvi l'elemento principe della creazione: il senso di libertà che non si ritrova, per contro, negli autori russi»11. Forse questa è, a suo modo, una spiegazione.
Per una cultura che dalla metà dell'Ottocento aveva proclamato Amleto e Don Chisciotte tipi antropologici “russi”, la massiccia presenza di autori francesi costituisce una sorpresa. Quanto meno, andranno inseriti nell'olimpo russo dei personaggi letterari anche madame Bovary e Faust.
Ancora ai nostri giorni il lettore russo colto mostra quindi una tenace fedeltà e attaccamento a quelli che sono stati i grandi modelli occidentali su cui si è formata la letteratura nazionale: innanzitutto Shakespeare, che fu uno dei primi autori occidentali ad essere tradotto e rappresentato in scena con immutato successo, amatissimo anche al giorno d'oggi (sta uscendo in Siberia una nuova traduzione dei suoi sonetti
12). Poi i romanzieri, drammaturghi e pensatori francesi, e anche i romantici tedeschi: oltre a Goethe - Novalis, Hoffmann, Schiller, Heine, Tieck e Nietzsche. Una notazione significativa: Novalis è presente nella rosa dei “grandi” con tre preferenze, due delle quali dategli dai russi.
In Russia i classici dell'Ottocento europeo appaiono più popolari degli autori del Novecento, tra cui prevalgono Proust, Joyce, Kafka e Hesse, mentre non vi compaiono, ad esempio, Beckett, Musil, Brecht, Woolf. Tra gli italiani vi figurano però Pirandello e Svevo, accanto all'amatissimo Dante e a un inatteso Machiavelli.

Altamente indicativo appare, a mio avviso, anche quel che nelle risposte non c'è, ovvero i grandi assenti. Le assenze si rivelano infatti non meno significative delle presenze.
Nel 1829 Pëtr Caadaev, uno dei primi “dissidenti” russi, che avrebbe pagato alla libertà di espressione il prezzo di essere dichiarato pazzo, scrisse a un'amica una lettera, in francese, che sarebbe diventata famosa come la Prima lettera filosofica . Scriveva da Mosca, da lui ribattezzata «Necropoli»: la «sfera in cui vivono tutti gli uomini d'Europa, l'unica in cui la specie umana possa pervenire alla sua meta finale, è il risultato dell'influsso che la religione ha esercitato su di loro»
13. E dava conto delle sue convinzioni, straordinariamente vicine a quelle che Novalis aveva esposto nel 1799 in un opuscolo di grande fortuna, Cristianità ovvero Europa , pubblicato nel 1826. Da un controllo effettuato sull' Opera omnia e sull'epistolario di Caadaev14 sembrerebbe che il filocattolico intellettuale russo non avesse letto lo scritto di Novalis, anche se l'analogia delle affermazioni appare quanto meno sospetta.
Scriveva Caadaev:

I popoli dell'Europa hanno una fisionomia comune, un'aria di famiglia. Malgrado la loro divisione generale in ceppo latino e in ceppe teutonico, in meridionali e settentrionali, esiste un legame comune che li unisce tutti in un unico fascio, un legame ben visibile per chiunque abbia approfondito la loro storia generale. Come ben saprete, non è passato molto tempo da quando l'Europa intera veniva denominata Cristianità, e questo termine era in uso nel diritto pubblico15.

E aggiungeva:

le idee di dovere, di giustizia, di diritto, di ordine (…) derivano dagli stessi avvenimenti che hanno costituito la società, sono elementi integranti della comunità sociale di questi paesi. È questa l'atmosfera dell'Occidente; si tratta di qualcosa di più della storia e della psicologia. È la fisiologia dell'uomo europeo16.
(…) La maggior parte delle scoperte di cui oggi l'ingegno umano va fiero, era già stata presentita negli spiriti; i caratteri della società moderna erano stati già fissati; volgendosi all'antichità pagana, il mondo cristiano aveva trovato le forme della bellezza che ancora gli mancavano. Relegati nel nostro scisma, nulla di ciò che accadeva in Europa arrivava fino a noi (…)
17.
Tutte le nazioni dell'Europa si tenevano per mano avanzando nei secoli. Qualunque cosa facciano oggi per allontanarsi in qualunque direzione, si ritrovano sempre sulla stessa strada. Per comprendere quest'aria di famiglia che si trova nello sviluppo di questi popoli, non è neppure necessario studiare la storia: basta leggere il Tasso e li vedrete tutti prosternati ai piedi di Gerusalemme; ricordatevi che per quindici secoli hanno avuto un solo idioma per rivolgersi a Dio, una sola autorità morale, una sola convinzione; pensate che per quindici secoli, ogni anno lo stesso giorno, alla stessa ora, con le stesse parole, ogni volta hanno levato le loro voci verso l'Essere Supremo (…).
18

La lettera, pubblicata nel 1836, echeggiò nella società russa come «uno sparo nel buio», secondo la felice espressione di Aleksandr Herzen. Raramente si è dato un atto d'amore e di ammirazione verso l'Europa come questo, raramente in modo così netto e struggente è stata espressa la nostalgia per un passato che non si è vissuto. Appare difficile trovare un europeista più convinto del russo Caadaev. La coesione e la continuità della comunità cristiana occidentale, nella sua unità e specificità, erano fenomeni talmente macroscopici da scatenare il senso di inferiorità e il rammarico dell'intellettuale che sentiva i russi dolorosamente estranei alla koiné culturale europea.
A tutt'oggi – e il questionario lo mostra con una nettezza assoluta – questa secolare esclusione fa ancora la differenza tra la memoria culturale occidentale e quella russa. L'assenza di un medioevo di tipo occidentale si riverbera in alcune eclatanti lacune. Nelle risposte russe manca totalmente l'epica, con l'unica eccezione del Cid : non ci sono né Omero, né Virgilio, né Tasso, né la Chanson de Roland , né una saga medievale; mancano i classici greco-romani: da Sofocle a Euripide, da Orazio a Ovidio. L'autore occidentale più antico ricordato dai russi è Dante, più indietro la memoria culturale non sembra andare
19, come se l'Europa fosse entrata nella storia contemporaneamente alla Russia, solo alla vigilia dell'anno mille.

La ricerca si è rivelata interessante anche per quel che riguarda il versante “interno”, europeo. Le risposte dei colleghi europei offrono un quadro ben più variegato, originale e ricco di quello proposto dalle sintesi di Bloom e di Babits20. Per la Russia, questo non si limita alla consueta “formazione” di tipo calcistico: Tolstoj, Dostoevskij, Cechov – “punte”; Puškin, Gogol' e Turgenev - “centrocampisti”. Tra gli scrittori russi più apprezzati compaiono anche i poeti Majakovskij, Achmatova, Blok e i prosatori Bulgakov, Gor'kij, Goncarov, Nabokov e Solženicyn.
I russi sono tra gli autori più amati. Ben tre russi - Tolstoj, Dostoevskij e Cechov -figurano nel manipolo di testa degli scrittori più importanti della letteratura europea. Tolstoj è secondo solo a Dante, Shakespeare e Goethe, e la spunta di un solo voto sugli appaiati Cervantes e Dostoevskij. Cechov è undicesimo tra cotanto senno - insieme con Omero! -, precedendo Molière, Sofocle, Proust, Joyce e tanti altri.
Anche dal punto di vista delle opere ritenute più importanti nel canone europeo, i russi registrano un'affermazione forse inaspettata. Per numero di capolavori “votati” Dostoevskij è secondo solo a Shakespeare, che ne annovera nove. Il nome di colui che è stato definito lo «Shakespeare russo»
21 non è legato a una o due opere, come, ad esempio, quello di Tolstoj (Guerra e pace e Anna Karenina), ma a ben sei: Delitto e castigo, I fratelli Karamazov, L'idiota, Le memorie del sottosuolo, I demoni e Le notti bianche (in ordine decrescente di gradimento). Chissà che cosa ne avrebbe pensato lo scrittore, così spesso polemico nei confronti di un'Europa da lui definita, per bocca di Ivan Karamazov, «nient'altro che un cimitero, ma anche il più bello, il più caro dei cimiteri»22, anche se le dottrine sociali e politiche europee occidentali avevano costituito l' humus della sua formazione intellettuale. Il “palazzo di cristallo” che ospitò l'Esposizione universale di Londra del 1851 - una meraviglia della tecnologia ottocentesca, opera di Joseph Paxton, giardiniere capo del duca del Devonshire - fu oggetto di ripetuti attacchi nelle opere dello scrittore russo, che vi vedeva il simbolo di un progresso meramente tecnologico-scientifico-mercantile23. Ora il “palazzo” verrà edificato su progetto dell'architetto Foster – inglese come Paxton, ironia della sorte! – proprio a Mosca e sarà il più alto grattacielo d'Europa coi suoi seicento metri di altezza e i centodiciotto piani. Storicamente, quindi, il “palazzo di cristallo” ha vinto, ma la critica dostoevskiana al progresso si sta rivelando sempre più attuale.
Non essendo né psicologa, né sociologa della letteratura, non tenterò nemmeno di analizzare le possibili motivazioni delle preferenze accordate dai nostri corrispondenti agli scrittori russi. In una prospettiva temporale più profonda, si potrebbe però ritoccare l'affermazione che Curtius faceva nell'ormai lontano 1948, quando scrisse che l'ultimo autore universale era stato Goethe
24. Forse, il limite ad quem potrebbe essere spostato a Dostoevskij.
Un altro dato che emerge dal questionario è l'assenza degli scrittori russo-sovietici. La letteratura russa d'epoca sovietica è stata velocemente spazzata via dalla memoria culturale europea e fa appena capolino nel “nostro” canone. Nel 1921, in un articolo accorato e profetico ( Io ho paura ) Evgenij Zamjatin, il padre dell'antiutopia novecentesca, affermava che la grande letteratura la fanno «i pazzi, gli eremiti, gli eretici, i sognatori, i ribelli, gli scettici» e non gli «impiegati zelanti e affidabili»
25. Gli scrittori russo-sovietici ricordati dai nostri colleghi d'Oltralpe26 hanno avuto una fortuna umana e/o letteraria assai particolare: ad eccezione di Gor'kij, che deve la sua fama alle opere scritte prima della rivoluzione d'Ottobre, gli altri furono degli emarginati all'interno del sistema letterario russo-sovietico: Bulgakov condusse un'esistenza appesa al filo della benevolenza di Stalin, l'Achmatova, espulsa nel 1946 dall'Unione degli Scrittori, fu ripetutamente oggetto di una campagna giornalistica di linciaggio. Nabokov rimase sempre esterno al sistema, essendo emigrato subito dopo l'Ottobre, mentre Solženicyn abbandonò l'URSS dopo aver subito il lager. Infine Majakovskij, l'aedo della rivoluzione bolscevica, dopo aver profuso tanta passione ideologica, trovò scampo alla disillusione nel suicidio.
Appare strana l'assenza dal canone europeo di Boris Pasternak e della sua grande epopea Il dottor Živago, evidentemente veicolata nella cultura occidentale più dal film hollywoodiano che dal circuito editoriale.
Nelle risposte alla domanda su quali siano gli autori e le opere europee più trasgressive, la componente russa è più alta di quanto non sia tra le opere ritenute più adatte all'infanzia e alla gioventù. Ciò nonostante che la letteratura russa per l'infanzia sia ricchissima. Essa fu spesso rifugio di scrittori di talento negli anni bui del realismo socialista, ma purtroppo è poco tradotta. Quindi, secondo gli europei, gli scrittori russi sono adatti più a un pubblico adulto che non infantile e giovanile.

Le risposte di tutti, russi compresi, sono concordi sul fatto che gli scrittori russi non siano cosmopoliti. Con una sola preferenza sono stati indicati in questa categoria dai corrispondenti europei Achmatova, Cechov, Nabokov, Pasternak e Tolstoj. I russi non hanno indicato, tra i connazionali, nemmeno un nome. Per loro, i più cosmopoliti sono ancora e sempre i classici: Dante, Shakespeare, Cervantes e Goethe. Se Cervantes è anche in questa categoria del “nostro” canone, lo deve al voto dei russi, che lo hanno sempre considerato un autore talmente universale e cosmopolita da rivelarsi anche straordinariamente russo.
Quanto agli autori ritenuti più “europei”, tra i russi la palma è andata a Dostoevskij (con sole quattro preferenze rispetto alle sedici ottenute da Cervantes), seguito da Cechov con tre. Questo dato è incongruo rispetto alla mentalità dei due scrittori. In un saggio divenuto famoso
27, Lotman e Uspenskij hanno analizzato la dinamica della cultura russa, che appare loro regolata da un meccanismo di tipo binario, bipolare, da una struttura di tipo duale. Secondo i due semiologi, la cultura europea occidentale mostra invece una struttura ternaria, tripolare, con una zona di valori assiologicamente neutra. Dostoevskij, che è quasi il simbolo dello scrittore di parte, appassionato fino alla tendenziosità, mai super partes, ma sempre inter partes, appare in quest'ottica profondamente russo. Cechov, invece, è uno dei – rarissimi – scrittori russi a cui è totalmente estranea la faziosità ideologica, e non per cinismo o disinteresse – che, come medico, s'impegnò nel sociale fino a rovinarsi la malferma salute – ma per una forma mentis che, in un lavoro successivo, Lotman ha definito «estranea allo stesso principio ‘chi non è con noi è contro di noi', principio guida dei sistemi binari»28. Cechov, che non aveva una concezione assiologica di tipo duale, è quindi agli occhi di Lotman (e anche di alcuni nostri corrispondenti) uno scrittore più “europeo” di altri russi.

Per quel che riguarda le preferenze accordate alla letteratura russa, anche gli europei si rivelano tradizionalisti, privilegiando la letteratura classica dell'Ottocento rispetto a quella del Novecento. Anche se il numero degli autori prescelto è identico (sette per ciascun secolo)29, la differenza nel numero delle preferenze è schiacciante: 82 a 11. Da questo quadro emerge anche la grande difficoltà della poesia a farsi apprezzare in traduzione. Problema, evidentemente, universale, ma particolarmente grave per la poesia russa moderna, pervicacemente legata a un sistema di versificazione di tipo tradizionale metrico-ritmico, da tempo in disuso in Europa30. È significativo che i poeti russi presenti nel corpus del “nostro” canone siano solo Blok, Majakovskij e Achmatova, probabilmente anche grazie al tragico titanismo delle loro figure e, almeno per gli ultimi due, alla forte densità ideologica (e quindi “traducibilità”) della loro poesia. Altrettanto significativo il fatto che il massimo poeta russo, Aleksandr Puškin, sia presente nel “nostro” canone solo grazie alla sparuta segnalazione di una sua opera narrativa, il racconto lungo La figlia del capitano (Kapitanskaja doc'). La perfezione del verso puškiniano si perde completamente in traduzione. Al riguardo Michele Colucci, che del poeta è stato traduttore, ha scritto: «Chiunque traduca Puškin sa di potere, al massimo, limitare la portata di una sconfitta di per sé inevitabile»31.

È stato interessante anche verificare se le preferenze accordate dagli europei ad autori russi coincidessero con l'opinione degli stessi russi. Qui si è aperta una forbice: mentre le indicazioni su Dostoevskij, Tolstoj e Cechov coincidono, questi ultimi nelle risposte date dai russi condividono una posizione di assoluta preminenza insieme con Puškin, Gogol' e il poeta Lermontov, mai nominato dai corrispondenti europei. Allo stesso modo i poeti Mandel'štam e Žukovskij hanno avuto due segnalazioni da parte dei compatrioti, mentre non sono stati ricordati da nessun corrispondente occidentale. Il poeta simbolista Aleksandr Blok, invece, ha raccolto due preferenze sia presso i colleghi russi sia presso quelli europei. In una lirica del 1977, Angelo Maria Ripellino ha definito la poesia «questa feccia di vino che nessuno vuole bere»32. I russi la “bevono” ancora.
Michail Bulgakov, l'autore del Maestro e Margherita (Master i Margarita), al contrario, risulta apprezzato più all'estero che dai suoi connazionali coinvolti nell'indagine, anche se attualmente è l'autore russo più letto nei siti internet russi. Ancora più eclatante il caso di Majakovskij, assai più amato in Europa (dove ha raccolto due preferenze) che in patria, dove sta ancora scontando con un vistoso appannamento della popolarità l'adesione alla rivoluzione d'Ottobre e il favore – postumo – accordatogli da Stalin. Ricordiamo lo slogan d'epoca staliniana «Majakovskij è stato e rimane il migliore e più geniale poeta della nostra epoca»
33. Della “canonizzazione” postuma del poeta operata dal regime, Pasternak ha scritto: «iniziarono a introdurre Majakovskij coercitivamente, come le patate al tempo di Caterina II. Questa fu la sua seconda morte. Di questa morte egli non ha colpa»34. I colleghi russi non hanno accordato a Majakovskij alcuna preferenza.

In conclusione, possiamo affermare di aver tentato, con questa nostra indagine, di proseguire una linea di ricerca indicata già da Curtius: distinguere, nella letteratura del XIX e del XX secolo, «ciò che è vivo e ciò che è morto»35 .
In questo senso, la Russia pullula di “anime vive” nella cultura europea. Il filosofo Vasilij Zen'kovskij ha scritto che nel XVIII secolo l'incontro con la cultura europea scatenò in Russia un tale entusiasmo che l'anima russa cadde prigioniera dell'Occidente
36. Almeno nella repubblica delle lettere, quest'entusiasmo è oggi ampiamente ricambiato.

Note

1 H. Bloom, The Western Canon. The Books of the Ages (1994); tr. it. Il canone occidentale, a cura di F. Saba Sardi, Milano 2005 3.

2 E. R. Curtius, Europäische Literatur und lateinisches Mittelalter (1948); tr. it. Letteratura europea e Medio Evo latino, a cura di R. Antonelli, Firenze 1995, p. 22.

3 P. Ja. Caadaev, Filosoficeskie pis'ma k gže ***. Pis'mo pervoe (1836); tr. it. Prima lettera filosofica. Apologia di un pazzo, a cura di M. A. Curletto, Genova 1991, p. 52.

4 Bloom, Genius: a Mosaic of One Hundred Exemplary Creative Minds (2002); tr. it. Il genio. Il senso dell'eccellenza attraverso le vite di cento individui non comuni, Milano 2002 .

5 Con la sensibilità che gli veniva dall'essere vissuto, lui russo, sia in Europa sia in America, Vladimir Nabokov in Pale Fire (1962) – romanzo che mutua il titolo da un verso di Shakespeare! e che figura nel corpus del canone europeo elaborato dalla nostra ricerca – nello specificare «due lingue» indicate in un testo poetico, nomina, tra le altre, «americano ed europeo»; cfr. V. Nabokov, Fuoco pallido , a cura di A. Raffetto, Milano 2002, p. 231.

6 Nelle risposte alla domanda n. 4 del nostro questionario, su quali fossero i trenta autori/autrici più importanti delle altre letterature europee, gli scrittori russi sono stati 14 sui 203 nominati. Tolstoj ha raccolto una preferenza in più rispetto a Cervantes, che ha riscosso il medesimo indice di gradimento di Dostoevskij .

7 Il questionario è stato sottoposto a tre colleghi appartenenti a istituti di ricerca delle due storiche capitali russe e di un'università di provincia: l'Università RGGU di Mosca, l'Istituto di Letteratura Russa dell'Accademia delle Scienze russa di San Pietroburgo e l'Università di Samara.

8 Voltaire ricambiava, chiamando l'imperatrice “Semiramide del Nord” e “salvatrice dell'Europa dai Turchi”.

9 Cfr. V. V. Zen'kovskij, Istorija russkoj filosofii , vol. I, Paris 1989, pp. 86-88.

10 D. I. Fonvizin, Brigadir (1783? 1786?) atto III, scena I; tr. it. Il Brigadiere, Il minorenne , a cura di N. Marcialis, Venezia 1991, p. 115.

11 A. P. Cechov, Skucnaja istorija (1889), tr. it. Una storia noiosa, in Racconti, introduzione di F. Malcovati, Milano 2004 11 , p. 415.

12 Cfr. U. Šekspir, Izbrannye sonety v novych perevodach, in Golosa Sibiri, vol. V, Kemerovo 2007, pp. 291-293 [sonetti n. 91, 92, 93, 94 e 95]. La pubblicazione sta avvenendo a puntate.

13 Caadaev, Prima lettera filosofica cit., p. 62.

14 Cfr. Caadaev, Polnoe sobranie socinenij i izbrannye pis'ma, (2 voll.), Moskva 1991; Id., Stat'i i pis'ma, Moskva 1989.

15 Id., Prima lettera cit., p. 46.

16 Ibid. , p. 47.

17 Ibid. , p. 57.

18 Ibid. , pp. 61-62.

19 Ancora nel 1968, il critico formalista Viktor Šklovskij affermava però che in Russia Omero si studiava «voracemente», cfr. E. Roggi, Le autoblinde del Formalismo. Conversazione con Viktor B. Šklovskij tra memoria e teoria, Palermo 2006, p. 35.

20 M. Babits, Storia della letteratura europea, Roma 2004.

21 V. Ivanov, Dostojewskij: Tragödie-Mythos-Mystik (1932), tr. it. Dostoevskij. Tragedia. Mito. Mistica, Bologna 1994, p. 47.

22 F. M. Dostoevskij, Brat'ja Karamazovy (1879-80); tr. it. I fratelli Karamazov, introduzione di E. Lo Gatto, Firenze 1966, vol. I, p. 336.

23 Alcuni decenni dopo Walter Benjamin in Parigi. La capitale del XIX secolo, avrebbe definito le esposizioni universali «luoghi di pellegrinaggio al feticcio merce». Cfr. W. Benjamin, Angelus novus. Saggi e frammenti , introduzione di R. Solmi, Torino 1976, p. 145.

24 Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino cit ., p. 24.

25 E. Zamjatin, Ja bojus'. Literaturnaja kritika. Publicistika. Vospominanija , Moskva 1999, p. 52.

26 Bulgakov, Majakovskij, Achmatova, Gor'kij, Nabokov, Solženicyn.

27 Ju. M. Lotman, B. A. Uspenskij, Il ruolo dei modelli duali nella dinamica della cultura russa (fino alla fine del XVIII secolo), in La cultura nella tradizione russa del XIX e XX secolo, a cura di D'A. S. Avalle, Torino 1982, pp. 242-286.

28 Lotman, La cultura e l'esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità, Milano 1993, p. 210.

29 Per l'Ottocento, nell'ordine, Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Gogol', Puškin, Turgenev, Goncarov. Per il Novecento, nell'ordine, Bulgakov, Blok, Majakovskij, Achmatova, Gor'kij, Nabokov, Solženicyn.

30 Cfr. M. Gasparov, Ocerk istorii evropejskogo sticha (1989); tr. it. Storia del verso europeo, a cura di S. Garzonio, Bologna 1993.

31 M. Colucci, Le traduzioni italiane del Novecento di poesia puškiniana, in Id., Tra Dante e Majakovskij. Saggi di letterature comparate slavo-romanze, introduzione e cura di R. Giuliani, Roma 2007, p. 271.

32 Poesia n. 17 della raccolta Autunnale barocco, in A. M. Ripellino, Poesie. 1952-1978, Torino 1990. p. 209.

33 Cit. in A. M. Ripellino, L'arte della fuga, a cura di R. Giuliani, Napoli 1987, p. 85. L'espressione fu coniata invece da Lili Brik, compagna del poeta; cfr. Vjac. Vs. Ivanov, Majakovskij segodnja, in Vittorio. Meždunarodnyj naucnyj sbornik, posvjašcennyj 75-letiju Vittorio Strady, Moskva 2005, p. 535.

34 B. Pasternak, Avtobiograficeskij ocerk, in Proza. 1915-1958 , Ann Arbor 1961, p. 44, cit. in Ripellino, L'arte della fuga cit., p. 85.

35 Curtius, Letteratura europea e Medio Evo latino cit ., p. 24.

36 Cfr. Zen'kovskij, Russkie mysliteli i Evropa, Pariž 1927, cit. in E. Lo Gatto, Pagine di storia e di letteratura russa, Roma 1928, p. 17.

Torna all'home page

top
top
top
top