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Università degli studi di Roma La Sapienza |
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Perché gli uomini sono arrivati al punto di doversi porre delle domande rispetto alla loro dignità e al valore della vita? Evidentemente perché avvertono il peso della morte e l’indegnità dell’esistenza attuale. Altrimenti non ci sarebbe ragione alcuna a porsi tali domande. Ipocritamente ammettiamo tutti di essere uguali davanti alla natura o al cospetto di Dio, ma nessuno vuole rinunciare ai propri privilegi a vantaggio di chi soffre o di chi ha fame. Non c’è convincimento nei grandi principi della vita –e questo è un primo elemento di indegnità- come non c’è coraggio nel sostenere i personali convincimenti, perché ogni pensiero o azione che si discosti dall’opinione corrente si scontra con le idee sostenute dal potere. La libertà è certamente l’elemento cardine della dignità, ma la libertà non può essere quella delle regole codificate da chi comanda, bensì quella del rispetto di tutti gli uomini, per la sua conservazione : vuol dire esistere nella pace, distribuire equamente le risorse e le energie, avere tutti il diritto a mangiare, a curarsi, ad abitare in luoghi accoglienti, a lavorare per sostentarsi, senza essere soggetti all’altrui considerazione che di per sé divide gli uomini, non li unisce, in quanto essere oggetto di considerazione vuol dire difettare in qualche aspetto della propria vita, dove i consideranti si pongono quale supremi giudici o regolatori della realtà. La nostra vita si dispiega nella temporalità ed è un diritto di ognuno potersi esprimere liberamente nel corso del tempo che gli è stato concesso, ma tale temporalità non va intese unicamente come temporalità intersoggettiva (cioè storico-sociale), né tanto meno storica concreta : deve invece rispondere alle potenzialità del vivente, senza che questi debba rinunciare alla sua interiorità; l’umanità ha proposto, di fronte a questa lacuna, la falsità delle religioni o la proposta di impenetrabili misteri, che non garantiscono la dignità della vita, ma solo un appagamento volgare e senza concrete possibilità di riscatto. Ognuno di noi deve sentirsi nel corso del mondo, per contribuire a farlo, non ad essere spettatore silenzioso e passivo, estraneo al mondo stesso. La nostra presenza deve confermare la presenza del mondo e delle cose, ed ogni individuo esiste perché esiste l’altro che lo percepisce e ne prende coscienza, come noi percepiamo e prendiamo coscienza dell’altro : quindi ognuno è soggetto e oggetto insieme, perciò essere e non-essere nello stesso istante, essendoci l’essentità solo se l’essentità dell’altro ci avverte come oggetto del suo sentire : sul meccanismo generale del sentire, che giustifica l’esistenza, oggetto oscuro quand’è fuori di noi in quanto contenuto di conoscenza da parte dell’altro, si deve caratterizzare ed esprimere autonomamente, senza il terrore di essere compreso e condannato ad una sorta di solidificazione insuperabile, prigione estrema dell’essentità, l’interiorità creativa dell’io, cioè dell’essere che si riflette su se stesso, senza che la sua riflessione gli procuri uno stato di nullificazione. Prof. Antonio Vento
05-08-06 |
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