Tullio
Levi-Civita nasce a Padova il 29 marzo 1873 da una insigne famiglia ebraica. Il
padre Giacomo (1846-1922), laureatosi giovanissimo in Giurisprudenza a Pavia,
aveva partecipato fra i volontari garibaldini alla campagna del 1866,
guadagnandosi a Bezzecca una medaglia al valore. Tornato a Padova dopo la
liberazione del Veneto (ottobre 1866), aveva iniziato la sua attività
professionale raggiungendo in breve tempo una grande reputazione e
considerazione. Sembra che non avesse rivali sia nel diritto civile che in
quello commerciale. Consigliere comunale di Padova dal 1877, Giacomo Levi-Civita
fu sindaco della città dal 1904 al 1910 e Senatore del Regno dal 1908.
“Dal padre - scrive Amaldi - Tullio Levi-Civita trasse la fermezza del carattere,
la tenacia e talune note salienti della sua mentalità speculativa”.
Nella casa paterna Tullio Levi-Civita compie i primi studi fino ai rudimenti
della cultura umanistica, che gli sono impartiti da un dotto sacerdote cattolico
(il professor Padrin). A dieci anni si iscrive alla seconda classe del ginnasio
“Tito Livio”, dove i condiscepoli, tutti maggiori di età, sono ben presto
affascinati da questo piccolo compagno vivace e socievole: con la stessa
spontanea semplicità con cui partecipa alla loro chiassosa spensieratezza, li
supera poi tutti nella scuola, per la prontezza nel capire e la facilità
nell’apprendere. Questa superiorità si manifesta addirittura eccezionale quando
il quattordicenne Levi-Civita passa al liceo.
E’ dall’inizio di quel triennio, che si viene manifestando in lui, più
decisamente, quell’inclinazione agli studi matematici. In precedenza questa era
rimasta in qualche modo velata dall’eclettico fervore di interessi, che
comprendevano anche il campo delle lingue classiche e soprattutto la storia,
portandolo ad allargare ed approfondire la sua cultura ben oltre i limiti dei
programmi scolastici. Alla fine del Liceo, Tullio ha chiara e sicura la certezza
della sua vocazione. Il padre aveva a lungo accarezzato il sogno di veder
continuare la sua opera, ma non si oppone alla scelta del figlio che, nel 1890,
si iscrive al corso di laurea di Matematica all’Università di Padova.
“Ma dei corsi propedeutici”- scrive Amaldi- “il Levi-Civita, che già se li era
da sé anticipati nel triennio liceale, ben poco da apprendere, se non forse una
sintetica e sistematica di nozioni ormai familiari , talché, fin dai primi
contatti coi nuovi Maestri, egli fu tratto a seguirne l’opera viva d’indagine
personale e quasi a dividerne lo sforzo e la passione”.
Inaugura, così, fra il ’91 e il ’92, la sua produzione scientifica con una
“Memoria sugli infiniti e infinitesimi attuali quali elementi analitici”, che
ancora oggi appare, piuttosto che il primo saggio di un diciottenne, l’opera
matura di un ricercatore provetto.
Segue immediatamente, in altra direzione, la dissertazione di laurea (1894)
“Sugli invarianti assoluti”.
Dopo il perfezionamento a Bologna ed un breve periodo d’insegnamento per
incarico a Pavia ed a Padova, già nel 1897, a soli 24 anni, Levi-Civita assume
la cattedra di Meccanica Razionale all’Università di Padova. Si trova così bene,
nella sua città natale, che respinge diverse volte gli inviti a trasferirsi a
Roma, dove la “scuola matematica italiana” ha il suo centro. A chiamarlo presso
la capitale è Castelnuovo, uno dei matematici più prestigiosi del tempo.
Alla fine della Grande Guerra, Roma comincia a porsi, con forza, come polo
internazionale di matematica e Tullio è sempre stato molto affascinato
dall’internazionalismo della Scienza. Questo, più di ogni altra attrattiva,
fecero muovere il matematico padovano e lo convinsero, nel 1918, a ricoprire la
cattedra di Analisi Superiore all’Università “La Sapienza” e successivamente
quella di Meccanica Razionale. Qui rimase per i 20 anni successivi, dove fu
rimosso dall’ufficio per le discriminazioni politiche a causa della sua origine
ebraica.
A Roma muore il 29 dicembre del 1941. Levi-Civita è stato, forse, il matematico
della scuola romana più prestigioso e rispettato all’estero per la sua
straordinaria cultura matematica, la penetrazione analitica e la capacità di
dominare ogni settore della ricerca fisico-matematica. Come scrisse Francesco
Tricomi, Levi-Civita “era un matematico nato, nel pieno senso della parola, egli
passava senza sforzo dall’uno all’altro di campi svariati- dalla meccanica
analitica all’elettromagnetismo, dalla meccanica celeste alla teoria del calore,
dall’idromeccanica all’elasticità- e ovunque affrontava problemi precisi ed
elevati, per lo più i problemi fondamentali caratteristici dei singoli indirizzi
considerati.”
In un memorabile scambio di lettere con Levi-Civita concernente la formulazione
invariante delle equazioni del campo gravitazionale in relatività generale,
Einstein gli scrisse che ammirava “persone come lei che vanno a cavallo sulla
matematica, mentre io sono costretto a procedere a piedi”.
Infatti, Levi-Civita ha perfezionato il calcolo tensoriale (o “calcolo
differenziale assoluto”), fornendo ad Albert Einstein l’impianto necessario alla
Teoria della Relatività. Ma, nonostante la straordinaria importanza di questo
contributo alla celeberrima teoria, sarebbe comunque riduttivo pensare che solo
a questo si riduca l’opera di Levi-Civita; non c’è quasi aspetto della fisica
matematica che egli non conosca e a cui non dia contributi importanti: la
dinamica dei fluidi, la meccanica celeste, la meccanica analitica, il problema
dei tre corpi, la teoria degli Invarianti Adiabatici, che trovarono applicazione
anche nella Meccanica Quantistica. Del resto la mano di Levi-Civita ha lasciato
la sua impronta non solo nei lavori di Einstein, ma anche in quelli di Dirac.
A questa proficua attività di ricerca fa da continuo contraltare quella di
educatore, visto che scrive volumi importanti e completi: con Ugo Amaldi i tre
volumi di “Lezioni di Meccanica Razionale” che, quando arrivano sulla scrivania
di Max Born, fanno dire al fisico tedesco “non esiste ancora un’opera in tedesco
di pari mole e significato”. Questo testo ha rappresentato un punto di
riferimento per le generazioni successive di matematici, fisici ed ingegneri,
che si sono occupati della meccanica classica o l’hanno utilizzata.
Se non fosse stato un grande scienziato, sarebbero bastate le sue qualità umane
a farlo ricordare per sempre. Aveva, fra l’altro un grande equilibrio, come
mostrano, per esempio, queste sue parole (del 1919):”Nessun ricercatore può
essere misoneista, ma molti cultori di scienza possono, quasi dire debbano
essere conservatori per la stessa loro missione di custodire con gelosa cura un
certo patrimonio intellettuale ben consolidato, e di vagliare con severo spirito
critico tutto ciò che importa variazione o alienazione del patrimonio stesso”.
Ci ha lasciato circa duecento pubblicazioni. Tra le sue opere, meritano una
menzione particolare le Questioni di meccanica classica e relativistica (del
1924) e i Fondamenti in grande Trattato di meccanica relativistica (del 1928).
La Royal Society gli ha conferito la Sylvester Medal nel 1922, in seguito ne fu
anche membro straniero. Fu, inoltre, membro onorario della London Mathematical
Society, della Royal Society di Edimburgo e della Edinburgh Mathematical
Society.
Membro dell’Accademia Pontificia, dell’Accademia dei Lincei e di quasi tutte le
altre accademie italiane. Dottore honoris causa delle Università di Amsterdam,
Havard e Parigi.
Le informazioni sono prese da
Rudi Mathematici numero 098-Marzo 2007
http://matematica.uni-bocconi.it