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Forme del
sentire performativo a cura di Michele Cavallo
Appunti tra scienza e
teatro
Il saggio introduttivo
analizza il rapporto che Teatro e Scienza hanno intessuto
intorno al tema delle emozioni, focalizzando su due momenti
storici cruciali. Il primo riguarda la nascita, nel secondo
Illuminismo, della prima trattatistica sulla recitazione. Una
trattatistica pragmatica che aspira a costruire una “scienza”
dell’attore fondata sul concetto di espressione, vale a
dire sulla logica della corrispondenza tra interno ed esterno,
tra emozione e correlato fisico. L’autore dimostra come il
contemporaneo affermarsi di una science de l’homme a
carattere positif determini un paradigma epistemologico
che condiziona questi trattati. Il secondo momento storico
riguarda il formarsi per opera di Stanislavskij di una scienza
teatrale iuxta propria principia che anticipa non poche
delle riflessioni della psicofisiologia. Due esempi utili per
individuare limiti e criteri di una dialettica che oggi un nuovo
tipo di teatro – un teatro che “fa anima”, che modella materiale
biologico – e i nuovi traguardi delle neuroscienze stanno
riaccendendo.
Notes
between science and theatre
The
introductory essay analyses the relationship that Theatre and
Science have established around the theme of emotions, focusing
on two crucial historical moments. The first deals with the
first treatises on acting, at the time of the second Illuminism.
Pragmatic treatises aiming at building a “science” of the actor
based on the concept of expression, that is on the
correspondence between inside and outside, between emotions and
physical aspect. The author shows how today’s achievement of a
science de l’homme with a positif characteristic
fixes an epistemological paradigm that influences these
treatises. The second historical moment concerns Stanislavskij’s
creation of a theatrical science based on its own principles
anticipating many reflections of psychophysiology. Two examples
useful for detecting limits and criteria of a dialectic, today
re-kindled by a new kind of theatre – a theatre that “makes
soul”, that moulds biological matter – and by the new goals of
the neurosciences.
Neuroscienze
cognitive e teatro. Un master europeo di studi sull’attore
Questo breve intervento
intende segnalare il prossimo lancio di un Master europeo di
studi che unisce le neuroscienze cognitive e il teatro: E-MAPS,
European Masters in Performer’s Studies, proposto e coordinato
da Malta con la sovvenzione della Commissione Europea, che
coinvolge cinque università di cinque paesi europei (Malta,
Italia, Francia, Gran Bretagna, Polonia) e unifica studi di
teatro, neuroscienze cognitive, psicologia cognitiva, filosofia,
scienze dello sport.
Cognitive neurosciences and theatre. A European Master in
Performer’s Studies
This brief
contribution informs of the project, meetings and agreements for
the launching of E-MAPS, European Master in Performer’s Studies
in 2007. This work in progress has the subvention of the
European Commission. The project, conceived and coordinated by a
University team in Malta, engages five Universities from five
European countries (Malta, Italy, France, Great Britain, Poland)
and links theatre studies, cognitive neurosciences, cognitive
psychology, philosophy, and sport sciences.
Studi sull’emozione
tra psicologia e teatro
Il lavoro propone una
cornice fenomenologica in grado di accogliere il contributo che
la ricerca psicologica porta al campo teatrale sul tema
dell’emozione. I primi risultati di questo incontro sono
evidenziati dal superamento di alcune dicotomie implicite nelle
teorie psicologiche sull’argomento: mente/corpo,
naturale/culturale, universale/personale, spontaneità/controllo,
innato/appreso. Le nozioni di “seconda natura”, di “doppia
incidenza” e di “vertici emotivi” offrono concreti suggerimenti
teorici e pedagogici nella prospettiva di tale incontro. Ed è in
questa chiave che sono riproposti alcuni esempi di pedagogie
tradizionali come il Natyasastra e di quelle di alcuni
tra i principali maestri-pedagoghi del Novecento (da
Stanislavskij, Mejerchol’d, Artaud, a Grotowski, Schechner).
Studies
about emotion between psychology and theatre
The work
offers a phenomenological frame able to collect the
contribution, that the psychological research brings to the
question of the emotion in the theatre. The first results of
this approach are stressed by the avoidance of the dichotomies,
which are implicit in the psychological theories about this
topic: mind/body, natural/cultural, universal/personal,
spontaneity/control. The concepts of “second nature”, “double
incidence” and “emotional vertices” offer concrete theoretical
and pedagogical suggestions in the perspective we presented. We
also show examples of traditional pedagogies as the
Natyasastra and examples of the main pedagoges-masters (from
Stanislavskij, Mejerchol’d, Artaud, to Grotowski, Schechner).
La voce delle
emozioni
L’ascolto della voce è
ascolto delle emozioni. Una chiave per comprendere il processo
attraverso il quale si realizza tale identificazione è stata
fornita dagli studi e dagli esperimenti effettuati dallo
studioso Richard K. Scherer. Il percorso comune che si profila
tra scienza e teatro indica nel corpo in azione il campo di
realizzazione della congiunzione voce-emozione; in questo ambito
il presente saggio descrive il metodo vocale che si prefigge di
liberare le emozioni attraverso un lavoro con e sulla voce.
The
voice of emotions
Listening
to the voice means listening to emotions. A clue to understand
the process through which such identification takes place has
been provided by the researches and experiments made by Richard
K. Scherer. The common course of theatre and science indicates
in the moving body the achievement of the connection
voice-emotion: this essay describes here the vocal method that
intends to free the emotions through a work on and with the
voice.
Il protomentale e
l’esperienza estetica
Il lavoro descrive la
struttura dei processi immaginativi ed emozionali sulla base
dell’approccio psicofisiologico. L’analisi di tali processi
porta inevitabilmente ad esaminare la struttura dell’Io e i
meccanismi fisiologici che sono alla base del vissuto
soggettivo, del “sentire” e a cogliere il passaggio dal fisico
(attività muscolare) allo psichico.
Per comprendere come a
partire da processi tonici, posturali, propriocettivi si generi
la dimensione psicologica, è opportuno prendere in
considerazione il concetto di “protomentale”, un’area di confine
tra il fisiologico e lo psicologico, che costituisce l’elemento
strutturale sottostante a tutti i linguaggi artistici e in
particolare al teatro. La prospettiva psicofisiologica viene
proposta come supporto utile agli interventi pedagogici mirati,
rivolti agli attori e ai performer in genere.
The
protomental and the aesthetic experience
This work
describes the structure of imaginative and emotional processes
on the basis of a psycho-physiological approach. The analysis of
such processes inevitably leads to examining the structure of
the Self and the physiological mechanisms at the basis of the
subjective background, of the “feeling” and grasping the passage
from physical (muscular activity) to psychic.
To
understand how the psychological dimension is generated through
tonic, postural, proprioceptive processes, we have to consider
the concept of “protomental”, an area that is at the border
between the physiological and the psychological, constituting
the structural element behind all artistic languages and
especially the theatre. The psycho-physiological perspective is
proposed as a useful support for pedagogic interventions aimed
at actors and performers in general.
Un diverso stato di
esperienza. Liminalità performativa e “spazio potenziale”
La caratteristica
principale dell’esperienza performativa è la liminalità,
come discussa da Van Gennep, Turner e Schechner. Ogni
performance si sviluppa secondo una progressione che ripercorre
più volte a più livelli le tre fasi del processo rituale
(separazione-margine/limen-riaggregazione). Il soggetto
impegnato nella performance sperimenta la “condizione liminale”
caratteristica della fase intermedia del processo (con i suoi
attributi di ambiguità, indeterminatezza, pericolo, potenzialità
illimitata, ecc.). Una riformulazione in termini
psicologico-psicanalitici della liminalità è offerta dallo
psicologo inglese Donald W. Winnicott, che studia, nella
relazione del bambino con la madre, i primi processi da cui si
avvia la formazione del Sé. Questi processi hanno a che fare con
il formarsi della vita immaginativa e dell’esperienza culturale,
e inaugurano uno “spazio potenziale” nel quale hanno luogo i
“fenomeni transizionali” attraverso i quali il bambino impara a
distinguere tra “me” e “non me”, tra il puramente soggettivo e
l’oggettività. Se si immagina una affinità di fondo tra fenomeni
transizionali e liminalità rituale si aprono interessanti
squarci di luce sulla natura psicofisica propria dell’esperienza
performativa.
A
different state of experience. Performative liminality and
“potential space”
Liminality,
as described by Van Gennep, Turner and Schechner, is the main
feature of the performance experience. Every performance follows
a scheme that runs, many times at many levels, the triadic
pattern of the ritual process (separation-limen-reaggregation).
The performer fully experiences the “liminal condition” that
flows from the second phase: ambiguity, indeterminacy, risk,
unlimited potentiality, etc. A re-formulation of liminality in
terms of psychology and psychoanalysis is offered by British
psychoanalyst Donald W. Winnicott. He studied the mother-baby
relationship, especially the early formation of the Self. These
processes, Winnicott says, deal with the forming of imagination
and cultural experience. They also open up a “potential space”
between mother and baby where “transitional phenomena” take
place, circumstances in which the baby learns to tell “me” from
“not me”, merely subjective from objective reality. Basic
analogies between liminality and transitional phenomena can be
imagined, so that interesting knowledge of the inner nature of
psycho-physical performance experience open up.
Del sentire
performativo: questioni novecentesche
C’è un sottile filo
rosso che a partire da Artaud passa dall’esperienza di Grotowski
e di Carmelo Bene. Esperienze pur così distanti nei presupposti
e negli esiti, vengono qui assunte per suggerire la collocazione
del problema delle emozioni e del sentire performativo nell’oltrepassamento
della soggettività. Su tali tracce vengono individuate alcune
possibilità che l’esperienza del teatro novecentesco ha percorso
per accedere e rinnovare il “sentire performativo”: la divisione
soggettiva, la ritrazione dell’io, l’impersonalità, la
modalizzazione.
About
the performative feeling: 20th century’s questions
There is a
minute file rouge between Artaud and the experiences of
Grotowski and Carmelo Bene. Even though these are distant in
assumptions and conclusions, in this work they are assumed in
order to suggest a re-collocation of the question about emotion
and performative feeling through the possibility of going beyond
subjectivity. On these traces we attempt to identify a few
experiences in the 20th century’s theatre, that could
be considered models in the renewal of the performative feeling:
the “subject’s division”, the withdrawal of the Ego, the
impersonality, the modalisation of the subject.
L’affetto e l’enigma
del desiderio in Amleto
Il presente saggio
indaga sulla tragedia di Amleto nel suo rapporto con la
teoria psicoanalitica. A partire dalla nota dell’Interpretazione
dei sogni e dal montaggio operato da Freud tra l’opera
shakespeariana e il mito di Edipo, il testo approda al lungo
commento dell’Amleto di Jacques Lacan. Qui, la centratura
posta sul concetto di desiderio, considerato nella sua
articolazione inconscia, rinnova la riflessione psicoanalitica
sull’atto. L’interrogazione freudiana circa l’impasse
segnata dal procrastinarsi del gesto di Amleto si prolunga così
in quella lacaniana riguardo alle condizioni che ne rendono
possibile la realizzazione in extremis. Cosa deve
accadere perché, finalmente e suo malgrado, la causa possa
toccare Amleto?
Fondness
and the enigma of desire in Hamlet
The present
essay inquires into the tragedy of Hamlet in its relation
with the psychoanalytical theory. Starting with the note to
Freud’s Interpretation of Dreams and his assembly of
Shakespeare’s work with the myth of Oedipus, the text comes to
Jacques Lacan’s long commentary of Hamlet. Here, the
importance of the concept of desire, seen in its unconscious
articulation, rekindles the psychoanalytic reflection on the
act. Freud’s query about the impasse reached by Hamlet’s
procrastinated action continues thus in Lacan’s query about the
conditions that make its carrying out possible at the last
moment. What must happen so that, at last and much to his
regret, the call can touch Hamlet?
Codificazione,
emozione, commozione: note sull’attore italiano dell’Ottocento
Sulla scorta degli studi
storici sul teatro italiano del XIX secolo, il presente articolo
analizza le tecniche di recitazione dell’attore ottocentesco. In
particolare, utilizzando varie tipologie di testimonianze, ci si
concentra sulla capacità da parte degli attori di com-muovere il
pubblico, attraverso tecniche di riproduzione delle passioni
umane che, in connessione con le modalità organizzative del
teatro italiano dell’Ottocento, diedero vita al magnetismo e
alla poesia dell’attore italiano di quel periodo.
Coding,
emotion, empathy: notes on the Italian actor of the nineteenth
century
Relating to
historical studies on the Italian theatre of the XIX century,
this article analyses the acting techniques of the actors of
that time. In particular, using various testimonies, it
concentrates on the capacity the actors had to move the
audience, through techniques that reproduced the human passions,
and, together with the organizational methods of that period’s
theatre, gave rise to the magnetism and the poetry that
characterized the Italian actor.
Il corpo digitale.
Sistemi di
bio-feedback nel lavoro
del performer
L’attore ha rinnovato la
propria estetica recitativa, il proprio modo di lavorare su se
stesso venendo a contatto con il linguaggio del cinema, della
televisione, del video e, oggi, del digitale. Partendo da tali
constatazioni ed esplorando come le tecnologie digitali possano
“ridefinire” il lavoro dell’attore, si esplora l’utilizzo del
digitale nel training dell’attore e nella performance. In
particolare, si focalizza l’attenzione sull’utilizzo di sistemi
di bio-feedback nel lavoro dell’attore; questi sistemi,
fino ad ora utilizzati solo in campo medico, sembrano offrire
interessanti possibilità formative ed espressive.
The
digital body. Systems of
bio-feedback in the work of the
performer
Actors have
renewed their performing aesthetics and their method of working
on the self by getting in touch with the language of cinema, of
television, of video and, today, of the digital. Starting from
these observations and exploring how digital technologies can
“redefine” the work of the actor, the use of the digital
technologies is examined in the training of the actor and in the
performance. Particularly, attention is focused on the use of
the systems of bio-feedback in the work of the performer;
these systems, so far only utilized in the medical field, seem
to provide interesting and instructive potentialities of
expression.
Danzare con le
proprie emozioni. Un’esperienza di Danza Movimento Terapia con
pazienti psichiatrici
La Danza Movimento
Terapia è una disciplina che utilizza tecniche tratte dalla
danza e dall’espressione corporea per promuovere un processo di
integrazione emozionale, cognitiva, sociale e fisica
nell’individuo. Nasce in America intorno agli anni quaranta e
viene sviluppata attraverso diverse modalità da alcune
danzatrici che capirono l’importanza dell’aspetto comunicativo e
relazionale del movimento. Oggi esistono in Italia molte scuole
che fanno riferimento a differenti orientamenti, ma riunite
sotto la comune consapevolezza del valore della danza come
modalità terapeutica. Nella sua esperienza di danzaterapeuta
l’autrice è venuta in contatto con realtà e utenze di vario
genere. Il racconto di alcune di esse aiuta ad avere un’idea
delle diverse applicazioni con cui la Danza Movimento Terapia
può prendere forma.
Dancing
with one’s own emotions. An experiment of Dance Movement Therapy
with psychiatric patients
Dance
Movement Therapy is a discipline that uses techniques drawn from
dance and from body expression to promote a process of
emotional, cognitive, social as well as physical integration in
the individual. It was born in the United States in the forties
and developed in different manners by a number of dancers who
realized the importance of the communicative and relational
aspect of movement. There are several schools in Italy today,
each with a different orientation, but all combined by the
common knowledge of the value of dance as a therapeutic method.
In her experience as a dance-therapist the author of this essay
has come in touch with various set-ups and users. The account of
some of them helps to make an idea of the different applications
of Dance-Movement-Therapy.
Il teatro arte di
vivere
Il saggio ha inizio con
una panoramica che si snoda in quelle zone in cui teatro e
scienze umane si incontrano, per entrare, poi, nel vivo delle
ricerche condotte dalla Scuola Sociologica di Chicago negli anni
trenta sulla figura dell’homeless. Un itinerario bizzarro
che dalla società metropolitana trova il suo punto d’arrivo
nella “comunità teatrale” che si raccoglie intorno alla figura
di Pippo Delbono. Un po’ barbone, un po’ vagabondo, l’attore e
regista, come un piccolo socioantropologo, attraverso le sue
“ricerche sul campo”, approdate allo spettacolo Barboni
del marzo 1997, racconta il mondo dei dimenticati e dei reietti,
portandoli direttamente sul palcoscenico.
Theatre
as the art of living
The essay
opens with a survey of the areas where theatre and human
sciences meet, getting to the heart of the Chicago Sociological
School’s researches on the figure of the homeless in the
thirties. A queer route that from the urban society finds
its point of arrival in the “theatre community” gathered around
the figure of Pippo Delbono. Partly tramp, partly rambler, the
performer and director, like a minimal socio-anthropologist,
through his “researches on the field” which came to the
performance Barboni in March 1997, tells the world of the
forgotten and of the outcast, putting them directly on the
stage.
Modena, Salvini e la
Merope dell’Alfieri.
L’arte dell’esordiente
Scritturato nel 1843
nella Compagnia dei Giovani di Gustavo Modena, Tommaso Salvini
riceve in quell’anno quella che lui stesso definirà come una
vera e propria iniziazione teatrale. Gustavo Modena gli chiede
di recitare il “Racconto di Egisto” della Merope di
Alfieri, un testo che considera «una sorta di tema d’esame, di
pietra di paragone per i principianti». Questo studio si
propone di analizzare i contenuti pedagogici di quella scelta.
Modena, Salvini and
Alfieri’s
Merope.
The art of the beginner
In 1843
Tommaso Salvini was engaged by the “Compagnia dei Giovani”
directed by Gustavo Modena. In that occasion Salvini received
from his master what he will later define as a proper theatrical
initiation. Modena asked him to act “The Tale of Egisto” from
Alfieri’s Merope, a tragedy that Modena used to consider
«as an examination test and as a touchstone for beginners». The
purpose of this essay is to analyse the pedagogical contents of
Gustavo Modena’s choice. |