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I linguaggi
dello spettacolo a cura di Luisa Tinti
Un modello di
drammaturgia dell’immagine. Kieślowski,
Il caso
e la fotografia
In questo lavoro si
analizza un film di Krzysztof Kieślowski, Il caso (Przypadek,
1981), opera sconosciuta al grande pubblico ma che per più
motivi rappresenta uno spartiacque tra la prima fase del
regista, fortemente segnata dagli esordi nel documentario, e la
sua grande affermazione internazionale con il Decalogo.
Seppure per certi aspetti ancora irrisolto, nel percorso
dell’autore polacco Il caso è un momento cruciale di
sperimentazione sul rapporto tra immagine e narrazione. Da una
posizione di deciso relativismo, Kieślowski sembra voler
demolire ogni fiducia in un’ipotetica trasparenza dell’atto del
guardare, rilevando come la posizione dell’osservatore
condizioni sempre e necessariamente la percezione di ciò che è
osservato.
A model
of dramaturgy of the image. Kieślowski,
Blind Chance, and photography
This work
analyses a film by Krysztof Kieślowski, Blind Chance, (Przypadek,
1981), unknown to the public, but for various reasons
corresponding to a turning point between the director’s first
period, marked by his debut in documentaries, and his
international great achievement with the Decalogue.
Although not yet solved for certain aspects, Blind Chance
is – along the track of the Polish author – a crucial moment for
experimenting on the relation between image and narration. From
a position of a sharp relativism, Kieślowski seems to want to
demolish any confidence in a supposed transparency of the act of
looking, showing how the position of the observer necessarily
and at all times affects the perception of what is observed.
Buffalo Bill e gli
indiani: villaggi ricostruiti e
cristalli di tempo
In questo saggio viene
analizzato, a partire dalle riflessioni teoriche di Gilles
Deleuze e Richard Schechner il film di Robert Altman Buffalo
Bill e gli indiani, che ricostruisce (e rivisita) la
biografia del noto personaggio, il suo circo, e i miti di
fondazione degli Stati Uniti d’America. Il film mette in scena
il tempo storico come scontro tra il tempo dei bianchi e quello
dei pellerossa. Lo scontro tra i due tempi racchiude quello tra
civiltà, tra finzione e realtà, artificio e natura, Buffalo Bill
e Toro Seduto; lo spettacolo del circo vuole assorbire nella sua
vetrina (limpida come il cristallo) la natura e i pellerossa,
che vi si sottraggono.
Vincono i bianchi ma il cristallo si incrina.
Buffalo
Bill and the Indians: reconstructed
villages and crystals of time
In this
essay Robert Altman’s film Buffalo Bill and the Indians
is analysed, starting from Gilles Deleuze’s and Richard
Schechner’s theoretical reflections. The film reconstructs (and
re-examines) the well known character’s biography, his circus,
and the myths of foundation of the United States of America. It
stages the historical time as a clash between the time of the
whites and that of the American Indians. The clash between the
two times includes a clash between civilizations, between
fiction and reality, artifice and nature, Buffalo Bill and
Sitting Bull; the performance of the circus wants to absorbs
into its window – that’s as clear as crystal – nature and
American Indians, who evade it. In the end the whites win but
the crystal cracks.
Dadi. Il lessico di
Alessandro Fersen
L’articolo prende in
considerazione il particolare rilievo che la dimensione ludica
ha rivestito nell’attività intellettuale, di ricerca e di regia
di Alessandro Fersen. A tale proposito sono esaminati alcuni
scritti, a partire dal volume del 1936 L’universo come gioco
sino ad esempi più recenti e alcune messinscene, basate su
canovacci “alla maniera” della Commedia dell’arte, di cui fu
autore lo stesso Fersen. La dimensione ludica che si esplica,
all’interno della ricerca di laboratorio di Fersen, in modo
privilegiato nel Mnemodramma, risulta quindi essere una chiave
importante per la comprensione del suo percorso artistico e
culturale.
Dice.
Alessandro Fersen’s language
The article
considers the peculiar preminence of the ludic component in
Alessandro Fersen’s intellectual activity of research and
direction. On this subject some writings are examined, beginning
from the book of 1936 L’universo come gioco, up to more
recent examples as well as a few stagings, taken from drafts
that were produced in the “manner” of the Commedia dell’Arte, by
Fersen himself. So the ludic component, within his workshop
research, preferentially performed in the Mnemodramma, comes out
as an important key for understanding Fersen’s artistic and
cultural course.
La scrittura scenica
di Giuseppe Bartolucci nel nuovo teatro italiano: 1964-83
La scrittura scenica,
categoria critica e operativa teorizzata da Giuseppe Bartolucci,
è stata posta in questo saggio come il perno intorno a cui si è
sviluppata l’esperienza dell’avanguardia teatrale italiana.
Funzionando con regole interne realmente “nuove”, la scrittura
scenica si è posta altresì come radicale prospettiva di riforma
degli elementi propri dell’espressione teatrale: il testo,
l’attore e lo spazio. Una prassi e una teoria del teatro non
soltanto storicamente presenti come alternative rispetto a
quelle tradizionali, ma che ancor oggi rappresentano un
importante termine di riferimento.
Giuseppe
Bartolucci’s performance text in the new Italian theatre:
1964-83
The
performance text, a critical and operative category theorized by
Giuseppe Bartolucci, is placed in this essay as the centre of
the Italian avant-garde theatre experience. Working with really
“new” internal rules, it is regarded as a radical prospect of
change of the elements peculiar to theatre expression: text,
player and space. A practice and a theory of the theatre that
are not only “historically” present as alternatives to the
traditional ones, but that still represent an important point of
reference.
“La parte per il
tutto”. Percorsi nel teatro di figura corporale
Partendo dal quadro di
riferimento del teatro di figura tradizionale e della centralità
della marionetta come sostituto dell’uomo e dell’attore nel
teatro e nel cinema del Novecento, il presente articolo prende
in esame vari esempi di teatro di figura “corporale” che,
utilizzando elementi astratti con valenza di segno, non
rappresentano più l’uomo ma suoi sostituti metaforici. Non è la
marionetta a figurare l’uomo o l’uomo che si finge nelle movenze
una marionetta, ma sono parti dell’uomo, sue sezioni, che ne
simboleggiano la totalità.
“The
part for the whole”. Varied courses in the body puppetry
Starting
from the reference frame of the traditional puppet theatre and
of the centrality of the puppet as a substitute for man and
actor both in the theatre and the cinema of the XXth century,
the present article considers several instances of body puppetry
that, using abstract elements with a sign value, do not
represent man but rather metaphorical substitutes of man. It is
not the puppet impersonating man or man pretending he’s a
puppet, but it’s parts of man, sections of man, symbolizing his
totality.
Riflessioni
sull’eredità della danza hindu nel Novecento
Il presente articolo
mette a fuoco alcuni segmenti della storia recente della
tradizione coreutica hindu. Vengono presentati tre casi di
“reinvenzione della tradizione” in cui risulta evidente la
dinamica degli influssi reciproci tra Oriente ed Occidente. I
casi esaminati sono: le danze indiane di Ruth Saint-Denis
(1879-1968), pioniera della modern dance; l’opera
coreografica di Ram Gopal (1912-2003), il “Nijinsky indiano”; il
revival delle danze di origine hindu nella politica nazionalista
dell’Indonesia post-coloniale.
Considerations on the heritage of Hindu dance in the XXth
century
The
following article focuses on some tracts of the recent history
of the Hindu dancing tradition. Three cases of “reinvention of
tradition” are presented, in which the dynamics of interaction
between East and West is clear. The examined cases are the
Indian dances of the pioneer of modern dance Ruth Saint-Denis
(1879-1968); Ram Gopal’s – the “Indian Nijinsky” (1912-2003) –
choreographic works; the renewal of Hindu dances in postcolonial
Indonesia’s nationalistic policy.
Materiali
La prima
pubblicazione de
L’Epilogo.
Dramma in un atto di Luigi Pirandello
nella rara edizione di «Ariel», n. 14, 20 marzo 1898
Grazie al rinvenimento
del numero 14 della rivista settimanale «Ariel», del 20
marzo 1898, è possibile leggere nella sua veste originaria il
primo testo teatrale edito da Luigi Pirandello: L’Epilogo.
Dramma in un atto. L’eccezionalità
della scoperta risiede nell’emersione dell’autonomia originaria
del testo rispetto alle altre stesure finora note e documentate.
Alcune caratteristiche testuali, quali l’estensione del finale e
la presenza di codici ed elementi di contiguità genetica con la
scrittura narrativa, identificano questa edizione dell’atto
unico come una testimonianza autorevole e privilegiata della
concezione del nodo drammatico de L’Epilogo/La
morsa, confermando il costante lavoro dell’autore sul breve
dramma giovanile fino all’edizione definitiva del 1936.
L’autonomia della lezione originaria viene qui riproposta a
distanza di oltre un secolo dalla sua prima pubblicazione.
The
first publication of
L’Epilogo.
Dramma in un atto by Luigi Pirandello
in the rare edition of «Ariel», n. 14, March 20 1898
In the
recently found issue n. 14 of the weekly review «Ariel», dated
march 20 1898, there is the original version of the very first
play published by Luigi Pirandello: L’Epilogo. Dramma
in un atto. This discovery is extraordinary
because it highlights the originality of the text compared to
the drafts known and proved so far. Some textual features, such
as the extension of the ending and a sort of genetic
relationship to the narrative writing, make this edition of the
one-act play an influential and privileged example of the
dramatic concept of L’Epilogo/La morsa, and confirms that
the author kept constantly revising the text till the final
edition in 1936. The independence of the original reading is
presented here more than a century after its first publishing.
Kalamandalam
Karunakaran maestro di Kathakali
A seguito del
laboratorio sul Kathakali tenuto da Kalamandalam Karunakaran
nell’aprile 2002 e promosso dal Centro Teatro Ateneo e dal
Dipartimento di Arti e Scienze dello Spettacolo presso
l’Università di Roma “La Sapienza”, si pubblicano qui il
resoconto di un precedente stage ivi svoltosi nell’aprile 1991 e
un’intervista con il maestro indiano.
Il Kathakali è una delle
forme del teatro classico indiano più note in occidente e ha
interessato molti studiosi e uomini di teatro per il linguaggio
codificato dei gesti. Il maestro danzatore Kalamandalam
Karunakaran appartiene a una generazione mediana che ha
conservato l’integrità culturale e aperto il dialogo con
l’occidente. Karunakaran ha collaborato con Peter Brook per il
Mahabharata e attualmente risiede a Parigi dove ha una
scuola di quest’arte.
Kalamandalam Karunakaran, master of Kathakali
Following
the workshop on Kathakali held by Kalamandalam Karunakaran in
April 2002 and promoted by Centro Teatro Ateneo and Dipartimento
di Arti e Scienze dello Spettacolo at University of Rome “La
Sapienza”, we publish here the account of a previous stage held
there in April 1991 together with an interview with the Indian
master.
Kathakali
is one of the most familiar forms of Indian classic theatre in
the West. It has aroused many scholars’ as well as theatre
people’s interest for its codified language of the gestures. The
master dancer Kalamandalam Karunakaran belongs to a middle
generation that has preserved its cultural integrity and opened
a dialogue with the West: he has worked together with Peter
Brook for his Mahabharata and at present lives in Paris
where he runs a school of this art. |