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Dal testo
alla scena a cura di Luisa Tinti
Cechov+Cechov+Cechov.
Gli allestimenti cechoviani di Luchino Visconti
Nel corso della sua
attività teatrale, Luchino Visconti portò sulla scena tre opere
di Cechov: Tre sorelle, Zio Vanja e Il giardino dei
ciliegi. L’introduzione dei testi di Cechov nel repertorio
teatrale italiano risale ai primi anni venti ed incontra non
poche difficoltà di comprensione nella critica e nel pubblico.
L’esordio teatrale viscontiano e i suoi primi spettacoli
costituirono un’operazione rivoluzionante, il cui impatto è
possibile cogliere solo rifacendosi all’angusto contesto
dell’Italia del dopoguerra. Visconti ebbe occasione di
dichiarare più volte, nel corso della sua carriera, quanto
profonde fossero la considerazione e l’ammirazione per Cechov,
tanto da citarlo, assieme a Shakespeare e Verdi, in una sua
ipotetica epigrafe. Quest’analisi intende ricostruire il
percorso drammaturgico che portò alla realizzazione dei tre
spettacoli, allo scopo di rintracciare quel filo conduttore che
lega Visconti a Cechov attraverso testimonianze, documenti,
memorie.
Tchekhov+Tchekhov+Tchekhov. Luchino Visconti stages Tchekhov
During his
theatrical activity, Luchino Visconti staged three works by
Tchekhov: Three Sisters, Uncle Vanja, and The
Cherry Orchard. The introduction of Tchekhov’s texts in the
Italian repertoire dated to the early 20s and was met with
several difficulties by the critics and the audiences alike.
Visconti’s theatrical debut and his first stagings amounted to a
revolutionary operation, whose impact can be grasped only in the
narrow context of post-war Italy. Visconti declared several
times throughout his career his admiration for Tchekhov, to the
extent of quoting him along with Shakespeare and Verdi, in a
hypothetical epigraph. The present analysis aims at
reconstructing the dramaturgic itinerary that led to the three
works in order to retrace that common thread that connects
Visconti to Tchekhov through testimonies, documents and
recollections.
Dal romanzo alla
scena. Il viaggio di
Moby Dick nel mare dello spettacolo
Il Moby-Dick; or, the
whale di Melville non è solo romanzo, è enciclopedia,
novel, epica, e forse anche teatro. Messe in rilievo le
diverse matrici del romanzo (poietica, pratica e “fantastica”),
l’autrice si sofferma sul problema della transcodificazione
drammaturgica e sul rapporto tra parola scritta e immagine.
L’intrinseca spettacolarità del romanzo fu colta prima dal
cinema, quindi dalla radio, infine dal teatro. Illustrati
brevemente i primi due “passaggi”, l’autrice si sofferma sulle
rappresentazioni teatrali del Moby-Dick analizzando in
particolare Laggiù soffia di Roberto Bacci, l’opera
omonima di Claude Demarigny del Roy Hart Theatre, e Ulisse e
la balena bianca di Vittorio Gassman. Esempi di teatro che
esprimono il fascino dell’opera melvilliana, nel segno del
“folle volo”; della brama di conoscere “oltre il limite” per
trasformare in essere il non essere e sperimentare la “vita-in-morte”.
From the
novel to the stage.
Moby Dick’s journey in the sea of
spectacle
Melville’s
Moby-Dick; or, the whale is not only a novel, it is an
encyclopedia, an epic and perhaps theatre. Foregrounding the
different matrixes of the novel (poetic, practical and
“fantastic”), the author dwells on the problem of dramaturgical
transcodification and on the relation between written word and
image. The intrinsical spectacularity of the novel was first
grasped by cinema, then by the radio, and finally by theatre.
After briefly illustrating the first two “passages”, the author
analyzes the theatrical versions of Moby Dick, in
particular Roberto Bacci’s Laggiù soffia, Claude
Demarigny’s Moby Dick at the Roy Hart Theatre and
Vittorio Gassman’s Ulisse e la balena bianca. These
examples express the fascination of Melville’s work, under the
sign of the “crazy flight”, of the crave to know “beyond the
limit” to turn non-being into being and experiment the
“life-in-death”.
La Conquista del Messico
da Artaud: il Patagruppo rilegge le avanguardie storiche
Il Patagruppo parte da
una tesi ben determinata: l’impossibilità di ridurre
l’evento-spettacolo a traduzione di un testo scritto, di
limitare il linguaggio teatrale alla sola parola. Seguendo due
direttrici, dialettica parola-gesto-visione e scrittura scenica,
dopo performance teatrali che partono dalla dichiarata fedeltà
al dettato dell’avanguardia storica, come Ubu re di
Alfred Jarry e La conquista del Messico da Artaud, il
gruppo giunge all’elaborazione di Solitaire-solidaire,
considerato emblema e manifesto del teatro concettuale.
Questa compagnia rappresenta uno dei tanti fermenti che,
allontanandosi dal teatro convenzionale, hanno animato gli anni
settanta, quando è accaduto di risolvere in termini teatrali
efficaci gli stimoli più vitali e si è creata una “nuova scena”,
nonostante l’avanguardia sembri possedere un intrinseco destino
storico: estinguersi dopo aver dato vita a grandi evoluzioni.
The
Conquest of Mexico from Artaud: the
Patagroup rereads the historical avantgardes
The
Patagroup starts from a well determined thesis: the
impossibility to reduce the spectacle-event to a translation of
a written text, to limit the theatrical language to the word
alone. Following two directions, the dialectics
word-gesture-vision and stage writing, after performances that
start from a declared fidelity to the precepts of the historical
avantgarde, like Alfred Jarry’s Ubu Roi and The
Conquest of Mexico from Artaud, the group comes to the
creation of Solitaire-solidaire, considered as emblem and
manifesto of the conceptual theatre. This company
represents one of the many ferments that, distancing themselves
from conventional theatre, animated the 1970s.
I
Dieci
Comandamenti di Raffaele Viviani
nell’allestimento scenico di Mario Martone. L’ascolto come
modalità registica
L’ascolto come modalità
registica implica un movimento per cui, forti dell’esperienza
artistica maturata, si è pronti ad un reale incontro con una
diversa linea stilistico-estetica. Esemplare è l’esperienza di
Mario Martone con I Dieci Comandamenti di Raffaele
Viviani. In questo caso i tracciati segnati sono diversi e
conducono dal regista verso l’autore, con il lavoro svolto sui
copioni originali, e verso gli attori, attraverso la
valorizzazione delle loro competenze artistiche; e da questi
ultimi verso Viviani, con una risposta umana e professionale ai
personaggi delineati nel testo.
Raffaele Viviani’s
Ten Commandments in Mario
Martone’s staging.
Listening as a director’s mode
Listening
as a director’s mode implies a movement whereby, after acquiring
an artistic experience, one is ready for a real encounter with a
different stylistic and aesthetic line. The experience of Mario
Martone with Raffaele Viviani’s Ten Commandments is
exemplary. In this case the path goes from the director to the
author, with his work done on the original promptbooks, and to
the actors, through a valorization of their artistic
competences; and from the actors to Viviani, with a human and
professional response to the characters designed in the text.
Infinities
di Luca Ronconi: una sineddoche
d’infinito
Lo spettacolo
Infinities di Luca Ronconi, su testo commissionato dal
regista al matematico John D. Barrow, nasce dal desiderio di
esplorare il binomio teatro-scienza non solo da un punto di
vista contenutistico ma soprattutto formale. Questa necessità
porta Ronconi a creare una struttura di spettacolo che riflette
l’idea d’infinito.
Lo spettatore compie un
percorso attraverso cinque stanze in ognuna delle quali viene
affrontato un paradosso legato a questo tema. Al termine del
“viaggio” può scegliere di ricominciare il percorso dall’inizio
realizzando così una visione ad anello, ciclica, quindi
infinita. Non solo, ma la variazione continua della composizione
degli attori, sia da una stanza all’altra che da un ciclo
all’altro, denuncia l’iterazione di qualcosa che non si ripete
mai identico a se stesso: lo spettacolo teatrale.
Luca
Ronconi’s
Infinities: a synecdoche of the
infinite
Infinities
by Luca Ronconi, based on a text commissioned by the director to
the mathematician John D. Barrow, originates from the desire to
explore the pair theatre-science not only from a thematic
viewpoint but first and foremost from a formal one. This need
has led Ronconi to create a structure of spectacle that reflects
the idea of infinite.
The
spectator walks a path through five rooms where a different
paradox linked to this theme is respectively dealt with. At the
end of the journey she or he can choose to start again from the
beginning so realizing a circular vision, cyclic and so
infinite. Moreover, the continuous change of the composition of
actors, both from a room to the next and from a cycle to the
next, denounces the iteration of something that never repeats
identical to itself: the theatrical show.
Relazione tra azioni
fisiche e oggetti scenici nella trilogia shakespeariana di
Eimuntas Nekrosius
La concezione di
messinscena teatrale del regista lituano Eimuntas Nekrosius
viene esemplificata attraverso l’esame di uno degli elementi che
più caratterizza i suoi allestimenti: gli oggetti scenici. Nei
tre spettacoli tratti dalla trilogia shakespeariana (Hamletas,
Makbetas, Otelas) gli oggetti, di natura
realistica, sono innanzitutto veicoli di informazione per lo
spettatore, in grado di determinare sul palcoscenico le
circostanze nelle quali ha luogo l’azione. Nel corso del dramma,
tuttavia, assumono ulteriori significati metaforici: ogni attore
infatti, attraverso la speciale relazione che stabilisce con
essi, li piega a un processo di trasformazione che ne accentua
l’aspetto simbolico e conferisce allo spettacolo una cifra
registica assolutamente originale.
The
relation between physical actions and stage props in Eimuntas
Nekrosius’s Shakesperean Trilogy
The concept
of staging of the Lithuanian director Eimuntas Nekrosius is
exemplified through the analysis of one of the elements that
best characterizes it: stage props. In the three Shakesperean
performances (Hamletas, Makbetas, Otelas)
the props, of realistic nature, first and foremost carry
information across to the audience, determining on stage the
circumstances in which the action takes place. In the course of
the play, though, they acquire further metaphorical meanings:
each actor, through a special relationship undertaken with the
props, bends them to a process of transformation that enhances
their symbolic aspect and gives the performance an absolutely
original directorial style.
Eimuntas
Nekrosius mette in scena
Ivanov
di Cechov
Con Ivanov,
Nekrosius affronta per la prima volta una produzione fuori dalla
Lituania, utilizzando una compagnia composta interamente da
attori italiani. L’autore del presente saggio ha partecipato,
come assistente alla regia, alla messa in scena dello
spettacolo. Queste note vogliono essere una testimonianza di
questa esperienza, vissuta da un lato con lo sguardo interno,
attento alle tecniche registiche e coinvolto nella realizzazione
dello spettacolo; dall’altro con l’occhio esterno e critico
dello spettatore. Parallelamente alle notizie sul percorso
artistico del regista, sono qui più in generale riportate alcune
riflessioni sul “metodo” e sui “luoghi” estetici che ispirano
maggiormente il regista lituano. Il saggio cerca di analizzare
le tematiche ricorrenti nelle sue precedenti messinscene,
evidenziando in particolare alcune specifiche problematiche,
emerse durante le prove dello spettacolo cechoviano.
Eimuntas
Nekrosius directs Chekhov’s
Ivanov
The author
recently served as assistant to the director in the staging of
Chekov’s Ivanov, the first production directed by
Nekrosius outside Lithuania with a company of Italian actors.
This essay provides a brief report of this unique experience, a
highly personal report from the viewpoint of an insider,
attending directly to the techniques of the stage director and
involved in the realization of the production; but also a report
which seeks to express the external view of the spectator and
critic. Some general remarks are offered here on the “method”
and the aestethic canons that inspire the Lithuanian director,
together with some information on his background. The essay
tried, on one side, to analyse the topics that recur in his
performances, and on the other, to discuss more in detail some
specific issues that emerged in course of the tchekhovian
performance.
Materiali :
Mareggiata:
laboratorio-spettacolo con Carlo Quartucci e Carla Tatò
Tra il marzo e il giugno
2001 il Teatro Ateneo ha ospitato il laboratorio per gli
studenti Mareggiata: da Shakespeare a Beckett, la parola che
si fa carne, diretto da Carlo Quartucci e Carla Tatò,
sfociato in tre diverse serate-spettacolo e proseguito
nell’esperienza estiva della Favola dell’usignolo.
L’autrice dà testimonianza di questa esperienza che, partendo
dal lavoro sui testi di Beckett, Kleist e Shakesperare, ha
coinvolto gli attori-studenti in una riflessione sulla
drammatizzazione dell’immagine, sulla musicalità del verso, sul
ritmo della parola drammatica e su tutti quegli elementi che
permettono a quest’ultima di “vivere” sulla scena una autonoma
esistenza artistica.
Mareggiata:
workshop-performance with Carlo Quartucci and Carla Tatò
Between
March-June 2001 Teatro Ateneo hosted the workshop for students
Mareggiata: from Shakespeare to Beckett, the word made flesh,
directed by Carlo Quartucci and Carla Tatò and resulted in three
different night performances followed by the summer event of the
Favola dell’usignolo. Theauthor reports her experience at
the workshop which, starting from a work on the texts by
Beckett, Kleist and Shakesperare, involved student-actors in a
reflection on the dramatization of image, the musicality of
verse, the rhythm of the dramatic word and on all those elements
which allow the latter to “live” on stage an autonomous artistic
existence. |