Per salvare e rilanciare l’Università
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PER SALVARE E RILANCIARE L'UNIVERSITÀ
Martedì 22 gennaio 2013 alle 10.30 a Roma
Centro Congressi Cavour
via Cavour 50/a
CONFRONTO PUBBLICO TRA E CON LE FORZE POLITICHE
interverranno gli esponenti di
Federazione dei Verdi, FLI, Fratelli d'Italia, IDV, Lega Nord, PD, PDL, Rifondazione Comunista, Rivoluzione Civile, SEL, UDC
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Le Organizzazioni e le Associazioni universitarie hanno più volte denunciato la condizione drammatica in cui versa l'Università italiana, aggravata dal recente Decreto Legge sulla spending review.
La Legge 240/2010 si è rivelata in buona parte inapplicabile e funzionale ad una gestione rigidamente burocratica, centralizzata e verticista degli atenei. Una gestione che si è affiancata alla progressiva riduzione di finanziamenti, di organici, di strutture e percorsi formativi, nell'ambito di una complessiva politica di ridimensionamento del sistema pubblico in tutti i settori. L'attuale governo invece di intervenire sui limiti e le contraddizioni di quella legge, e di segnare un cambio di passo rispetto al precedente governo, ha ulteriormente ridotto i già limitati spazi di democrazia negli Atenei per mezzo di ricorsi ai TAR su Statuti giudicati “troppo democratici”, ha prorogato il mandato dei rettori in scadenza ed ha lasciato accrescere i poteri e le prerogative dell'ANVUR ben al di là del mandato di legge. Se il referendum sull'abolizione del valore legale del titolo di studio voluto dal governo si è dissolto grazie all'opposizione venuta dal mondo dell'istruzione e della ricerca, si porta a compimento lo svuotamento del diritto allo studio con il progressivo aumento della tassazione studentesca e del numero dei corsi a numero chiuso o programmato. Infine, il perdurare del blocco sostanziale delle assunzioni e delle opportunità di carriera rischia di essere aggravato dalla messa in opera di procedure arbitrarie, illogiche e farraginose di abilitazione scientifica nazionale.
Ancora una volta, consapevoli che il Paese e chi opera e studia negli Atenei non possono più tollerare che venga cancellata l'Università pubblica, autonoma, democratica, di qualità e aperta a tutti, torniamo a denunciare il comportamento del ministro Profumo che ha proseguito nell'opera di smantellamento, rifiutando il confronto con l'insieme delle rappresentanze del mondo universitario.
E' sempre più urgente modificare le norme sull'Università per andare in una direzione opposta e contraria a quella finora seguita e che si vorrebbe continuare a perseguire. Ribadiamo che per questo occorre:
1. Investire con la massima urgenza e in quantità rilevante sulla ricerca (a partire dalla valorizzazione del dottorato) e l'alta formazione per raggiungere almeno il livello della media europea. Prevedere il finanziamento del FFO sulla base di dati certi e oggettivi (es. costo standard per studente).
2. Difendere il valore legale dei titoli di studio, individuando con il mondo universitario politiche capaci di innalzare effettivamente la qualità dell'offerta formativa in tutti gli Atenei. In questa direzione è necessario valorizzare il titolo di dottore di ricerca all'interno e all'esterno dell'Università.
3. Favorire l'accesso in ruolo dei precari prevedendo un reale turn over. Assicurare reali prospettive di carriera al personale già di ruolo. Procedere nell'immediato all'assunzione dei vincitori di concorso.
4. Realizzare un vero diritto allo studio, assicurando a tutti gli studenti idonei la borsa di studio, aumentando e migliorando i servizi (biblioteche, aule, laboratori, ecc.) e le condizioni di vita degli studenti (residenze, mense, ecc.). In direzione opposta vanno invece l'aumento delle tasse, l'introduzione dei prestiti d'onore e di altri strumenti di indebitamento, il progressivo ricorso al numero programmato degli accessi. Riteniamo che si debbano urgentemente ritirare i provvedimenti che prevedono l'aumento della tassazione studentesca e che rischiano di determinare un drammatico calo nelle immatricolazioni proprio nelle fasce sociali più debole ed esposte
5. Ribadire l'importanza di un organo nazionale di piena rappresentanza e di coordinamento del Sistema nazionale delle Università.
6. Rivedere l'attuale governance universitaria: in alternativa ai poteri immensi e antidemocratici del rettore e del CdA, è necessario rafforzare il Senato Accademico, direttamente eletto da tutte le componenti, con responsabilità della programmazione, del coordinamento e del controllo. Va inoltre assicurata la piena autonomia finanziaria e gestionale ai dipartimenti.
7. Introdurre trasparenti meccanismi di reclutamento in ruolo. Garantire l'avanzamento di carriera sulla base di valutazioni individuali nell'ottica di un ruolo unico della docenza, senza distinzioni di diritti e doveri, nel quale comprendere gli attuali ordinari, associati e ricercatori.
8. Prevedere un'unica figura pre-ruolo a tempo determinato, di breve durata e adeguata retribuzione, con reale autonomia di ricerca e il riconoscimento pieno dei diritti.
9. Valorizzare le professionalità del personale tecnico-amministrativo, superare il blocco della contrattazione nazionale e del turn over, investire in aggiornamento e formazione.
Questi cambiamenti vanno realizzati subito per rilanciare il ruolo fondamentale dell'Università per lo sviluppo culturale, sociale ed economico del Paese. L'attuale crisi impone - come in altri Paesi - di puntare/investire sull'Università, invece di utilizzare la crisi stessa come pretesto per la sua demolizione a vantaggio di potentati economici e accademici.
Per ottenere tutto questo facciamo APPELLO a studenti, docenti e personale T.A e all'opinione pubblica affinché sostenga una battaglia che più di ogni altra può portare al superamento di una crisi che altrimenti risulterà irreversibile.
Si chiede a tutte le forze politiche e alla società civile un confronto sulle questioni da noi poste anche in vista della prossima scadenza elettorale che si augura possa portare alla costituzione di un Parlamento e di un Governo che non ascoltino soltanto coloro che hanno interesse allo smantellamento dell'Università statale.
Roma, 15 gennaio 2013
leggi documento di approfondimento
Sottoscriviamo la lettera aperta al Presidente dell’ANVUR
L'avvio delle procedure di abilitazione scientifica per professore di I e II fascia sta suscitando innumerevoli critiche a causa dei criteri scelti dall' ANVUR, esclusivamente incentrati sulla produzione scientifica e con modalità quantomeno opinabili circa la costruzione dei requisiti utili a ottenere l'abilitazione stessa. Tali modalità stanno creando evidenti disparità di trattamento tra i candidati e pongono seri dubbi sulla reale capacità di valutazione del merito di quanti lavorano dentro le Università e non solo.
La lettera aperta al Presidente dell'ANVUR non entra nel merito delle scelte dei parametri specifici riguardanti mediane, età accademica e quant'altro, già oggetto di numerosi interventi critici che comunque riteniamo fondati, ma pone in evidenza un aspetto altrettanto importante che riguarda l'impegno complessivo del docente universitario che deve essere valutato nella sua interezza.
Se sei interessato a leggere e sottoscrivere la lettera aperta, clicca qui.
Il Ministro cancella le abilitazioni nazionali
Lettera ai colleghi
di Annalisa Monaco
Cari colleghi,
la lettura del decreto sul “merito” fa nascere alcune considerazioni sul nostro passato e sulle scelte future e chiede urgentemente una riflessione sul mondo accademico che vorremmo rappresentare e a quale ideale tale mondo s’ispira.
Sebbene, formalmente, il decreto ministeriale sembri avere una logica basata sulle necessità locali e sul merito dei singoli, in realtà mostra semplicemente il limite delle politiche di riforma dell’ordinamento universitario che non si confrontano minimamente con la realtà nella quale l’Università vive. Proprio il Ministro Profumo, provenendo dall’interno dell’ambiente universitario, è stato maestro in ciò, smascherando involontariamente, attraverso un decreto legge, l’incapacità dell’attuale classe dirigente di gestire qualsiasi minimo mutamento. L’urlo del decreto risuona alto nella sua malcelata perfidia: “Mancano i soldi! Niente listone, niente concorsi, niente di niente, però con merito “ANVURiano”.
Ciascuno faccia un paio di conti e vedrà che la prossima occasione per passare di “fascia”, se è un ricercatore “normale” (cioè senza “santi in paradiso”), dovrebbe capitare più o meno quando ripasserà l’arcangelo Gabriele ad annunciar una nuova discesa di chi conta per davvero.
Purtroppo mancano le idee, indipendentemente dai soldi; questo è il dramma.
Bene, ci aspettiamo che i “professionisti-professori” tecnici della finanza ci salvino dalla finanza e dalle sue tecniche, che i “tecnici-professori” chiamati dai “professori-tecnici” ci salvino dagli sprechi dei “tecnici-burocrati” e che i “professionisti-professori-tecnici-universitari” ci salvino da un’Università da loro manipolata finora?
Alleluia, sorelle e fratelli “ricercatori-docenti” poco “professionisti” e meno che meno “professori”! A noi cosa rimane?
Le categorie universitarie, lo abbiamo visto in questi anni di scontro per il decreto Tremonti prima e la “riforma” Gelmini poi, hanno dimostrato di essere formate da una costellazione frammentata di interessi particolari, all’interno della quale non sembra possibile raggiungere un accordo più che aleatorio. Chi siamo, cosa vogliamo e quale è il nostro “karma”? Ogni criterio di valutazione o giudizio, ogni speranza di carriera, diventano velleitari e possono essere strumentalizzati o manipolati da questo o da quello perché manca una decisa e ferma caratterizzazione professionale della figura del “ricercatore”. Ci siamo abbrutiti in discussioni fratricide su come affrontare l’ex ministro Gelmini arrogandoci di volta in volta la paternità della rappresentanza; abbiamo discusso di “lana caprina” meritocratica illudendoci che un valore intrinseco oggettivo e condiviso fosse la base comune tra le categorie universitarie per accorgerci che era solo “fuffa”; abbiamo mostrato i muscoli con la rinuncia alla didattica e abbiamo scoperto che erano solo gonfi di steroidi e rapidamente, come si sono gonfiati, si sono ammosciati. Abbiamo semplicemente mostrato ciò che sapevamo: ciascuno persegue il proprio interesse e l’interesse comune non è poi così comune.
Allora prendiamone atto. Non siamo una “classe”; troppo marxista? Va bene, non siamo un gruppo di lavoratori omogenei per facoltà economiche, necessità esistenziali, scopi politici, idee religiose e coincidenze sociali e familiari. Ergo: ciascuno pensa a sé. Ripeto: prendiamone atto.
A che è servita tutta la discussione su cosa dovevano ottenere i ricercatori. Niente. L’ex ministro Gelmini ha fatto quello che aveva in mente. L’attuale ministro Profumo ha fatto quello che aveva in mente. E noi faremo quello che loro hanno in mente: niente. Niente, perché siamo una costellazione disomogenea in un universo totalmente omogeneo nella mancanza di soldi.
Ogni pretesa di aggiornamento di carriera si scontrerà (come si è scontrato in passato) con questo muro invalicabile. Siamo poveri, forse è ora che si faccia mente locale all’idea. I soldi si possono reperire altrove, si dirà. Certo! Si possono, ad esempio, prendere dalle missioni militari all’estero. Ok, altre idee fattibili? Magari liberando qualche miliardo stanziato per noi aquilani e/o per voi emiliani, se non è di disturbo.
Vi ricordate la proposta “Merafina”. Ohi, ohi, ohi! È proprio lei. “Uno spettro s’aggira per l’Italia: lo spettro del ricercatore. Tutte le potenze della vecchia Università si sono alleate in una santa e spietata caccia a questo spettro. Ricercatori di tutt’Italia unitevi!” Troppo marxista anche questo?
La “merafina”, però non è troppo marxista, no? Dopo tutto, che rimane del velleitarismo meritocratico, un po’ “puzzone” (scusate), che annullava di fatto tre quarti degli attuali ricercatori a tempo indeterminato. Chiaro, sulla carta, perché nei fatti i quattro quarti erano e rimarranno annichiliti nel precedente, nell’attuale e nel “Profumo” sistema.
… ma con la “merafina” … Che dici, sciagurata! È una “Ope legis”. Scusate sono un’odontoiatra, sono abituata a vedere “Staffelli” che rincorre abusivi che smanettano su esseri umani spacciandosi per dentista, ogni giorno metto e tolgo roba dalla bocca altrui cercando il compromesso tra natura e arte (artigianato, via) e sapendo che si perde sempre in partenza.
Chi se ne frega! “Ope legis” è un termine, una procedura, una strada da percorrere come tante altre. A proposito: dove stanno le altre? Aver riconosciuto un ruolo “Ope legis” mi permette di fare cose in più nel mio lavoro universitario? Mi offre una maggior libertà d’iniziativa, di ricerca e di didattica? Mi libera da qualche catena e vincolo che adesso mi porto addosso? Mi toglie qualcosa o mi aggiunge qualcosa? È meglio avere il decuplo di zero o il cinquanta per cento di dieci? A me che sia una “Ope legis”, a questo punto, non me ne frega proprio niente.
Anzi, se prima qualcosa poteva interessarmi, diciamo per prurito intellettuale, adesso con quello che è successo e dopo aver visto quale idea il sistema ha del ricercatore, l’essere “Ope legis” assume un valore ideale. Deve essere “Ope legis” perché è un atto di giustizia nei confronti di noi ricercatori.
Il resto è pura ipocrisia, celata da disquisizioni sulla definizione di una proposta: tanto quella è. Ed è questo che preoccupa, il vero contenuto della proposta che non è l’essere un’ “Ope legis”, ma concentrare l’attenzione sul vero nodo della questione dei ricercatori: arrivare alla valorizzazione del merito, subito, senza sovrastrutture. Ma questo non può non preoccupare i nemici dei ricercatori: quelli che nell’Università rivestono posizioni apicali, e cioè i responsabili di questa situazione insostenibile, che lavorano affinché nulla cambi; e coloro i quali dicono che la maggior parte dei ricercatori sono “vecchi bacucchi” e sono improduttivi, sventagliando una voglia di “meritocrazia giovanile” che cela ipocritamente il progetto di passare sopra i loro cadaveri per prenderne il loro posto. I secondi sono funzionali ai primi, perché non hanno capito che i ricercatori non sono un “tappo” per nessuno né da ricercatori, né da associati, ma sono stati e sono una risorsa di questa Università ridotta a brandelli e, non capendolo, continuano a mantenere i presupposti di una guerra tra poveri che non porterà nulla di buono se non favorire con il loro inconsapevole (?) aiuto l’attuale politica di immobilismo.
I ricercatori sono già all’interno del sistema, a chi toglierebbero il posto?
Poi, se vogliamo castigarci e mortificarci un pochettino, perché in fondo siamo tutti un po’ catto-comunisti (dai, che la catarsi con flagello è così “correct”), allora potremmo introdurre un correttivo che “selezioni”. Tu a destra, tu a sinistra, tu ripassa domani e tu … vedremo. Così sarà un’Ope legis “meritocratica”.
Non vogliono dare niente, è ora di prendersi tutto.
