CARATTERISTICHE GENERALI DEI PEPTIDI ANTIMICROBICI
Durante gli ultimi dieci anni sono stati isolati
moltissimi peptidi biologicamente attivi da un’ampia gamma di
organismi comprendenti batteri, piante, insetti, anfibi e mammiferi.
Questi peptidi svolgono un ruolo molto importante nei sistemi di
offesa e di difesa dei diversi organismi. Pur variando
considerevolmente nel numero di residui, che va dai 10 ai 40
aminoacidi, essi presentano delle caratteristiche comuni: sono infatti
peptidi cationici e di natura anfipatica in grado di interagire con la
membrana cellulare e di distruggerne le normali funzioni. La loro
sintesi è di tipo ribosomiale, a differenza di quella degli
antibiotici classici realizzati da funghi e procarioti che comprende
una serie di passaggi successivi catalizzati ognuno da un enzima
particolare. Essi derivano da prepropeptidi di circa 60-170
aminoacidi, rilasciati in forma matura da specifiche proteasi.
La maggior parte dei precursori contiene:
-una sequenza segnale per il reticolo
endoplasmatico;
-una prosequenza anionica di lunghezza variabile,
che avrebbe la funzione di neutralizzare le cariche positive del
peptide rendendolo inattivo;
-la sequenza del peptide maturo.
La pelle di anfibio si è rivelata una ricca
sorgente di tali peptidi con funzioni sia fisiologiche che difensive.
Tali componenti sono prodotte e secrete da ghiandole granulari
controllate da nervi simpatici che scaricano il loro contenuto sul
dorso dell’animale in risposta ad una varietà di stimoli.
Alcuni di questi peptidi sono farmacologicamente
attivi come le caeruleine, le tachichinine, le bradichinine ed i
peptidi oppioidi; per molti di questi sono state trovate controparti
nel cervello e nel tratto intestinale dei mammiferi. E’ stato
ipotizzato che tali peptidi possano avere un ruolo nella regolazione
dell’equilibrio elettrochimico a livello dell’epitelio di questi
anfibi oltre che di difesa contro predatori e microorganismi.
L’importanza dello studio dei peptidi antimicrobici
è accresciuta dai fenomeni di resistenza ai tradizionali antibiotici
che sempre maggiormente si verificano oggigiorno, dovuti ad un uso
improprio degli stessi. Nei confronti di questi peptidi, infatti, fino
ad ora non si sono verificati fenomeni di resistenza.
PEPTIDI COME FATTORI DEL SISTEMA IMMUNITARIO INNATO
Gli organismi viventi si difendono dall’invasione
di agenti estranei mediante due tipi di risposte: un’immunità
cosiddetta "innata o naturale" e una "acquisita o clonata".
Quest’ultima è l’espressione di una stato di
resistenza dell’individuo all’azione di agenti estranei (antigeni) che
si sviluppa in seguito al loro contatto con l’organismo ospite. Le sue
caratteristiche fondamentali sono la specificità, dovuta agli
anticorpi prodotti dalle plasmacellule, e la memoria, dovuto al clone
di cellule memoria che serva a prevenire successive infezioni,
rendendo la risposta più forte e rapida.
L’immunità innata rappresenta invece un meccanismo
di difesa preesistente all’incontro con l’antigene: esso si avvale di
diversi fattori meccanici e chimici (cute, saliva, secrezione
gastrica), umorali (lisozima, complemento, interferone), di cellule
(fagociti) e della flora batterica commensale. I peptidi antimicrobici
rappresentano un’ulteriore via di risposta innata alle infezioni
microbiche.
Il sistema innato è caratterizzato da:
-assenza di specificità, in quanto è attivo contro
un largo spettro di microorganismi;
-assenza di memoria;
-velocità di risposta, dovuta all’immediata
disponibilità dei peptidi immagazzinati ed alla loro rapida sintesi e
diffusione;
-assenza di un meccanismo di riconoscimento del
"self": l’autodistruzione è evitata dalla compartimentalizzazione
cellulare dei peptidi che sono conservati in granuli con membrane
resistenti e/o sotto forma di propeptidi;
-basso costo energetico, in quanto i peptidi
necessitano per la sintesi di una quantità di energia inferiore a
quella richiesta all’animale per la complessa attivazione
dell’immunità clonata.
Questo sistema immunitario è stato dapprima
scoperto nell’emolinfa di insetti quali la Hyalophora cecropia
da cui deriva la Cecropina; sono stati poi scoperti peptidi analoghi
in altri insetti e in numerose specie di anfibi. Negli insetti tale
sistema è indotto in risposta ad un’infezione microbica, mentre negli
anfibi la produzione di peptidi è costitutiva, anche se vengono
rilasciati in risposta ad uno stimolo esterno.
Un sistema simile è stato trovato anche nei
mammiferi dove le defensine, una famiglia di peptidi a largo spettro
di attività antimicrobica, sono immagazzinate in granuli
citoplasmatici dei neutrofili e nelle cellule di Paneth dell’intestino
tenue.
L’immunità innata dal punto di vista evolutivo deve
essersi sviluppata più precocemente rispetto a quella acquisita, più
complessa e più finemente regolata. Questo sistema di difesa innato,
infatti, è l’unico a disposizione dei phyla inferiori (artropodi ed
insetti). Negli organismi superiori invece il sistema innato funge da
sistema di difesa complementare a quello cellulo-mediato contro
patogeni occasionali ed obbligati e contro la proliferazione della
flora batterica naturale.
MECCANISMO D’AZIONE
Molti di questi peptidi agiscono alterando
direttamente la membrana delle cellule bersaglio: l’interazione di
tali molecole con un qualche recettore chirale di membrana sembra
infatti esclusa, dal momento che analoghi di questi peptidi costituiti
da tutti enantiomeri D sono attivi quanto quelli naturali.
Le membrane batteriche sono ricche di fosfolipidi
anionici, come la fosfatidilserina ed il fosfatidilglicerolo: ciò
determina quindi un’interazione elettrostatica del peptide carico
positivamente con la membrana stessa, che è alla base del successivo
effetto di perturbazione del doppio strato. La differente composizione
delle membrane è infatti alla base della selettività che alcuni di
questi peptidi hanno per le cellule batteriche. Le cellule
eucariotiche, come ad esempio gli ematociti, sono caratterizzate da un
alto contenuto di fosfolipidi zwitterionici, come la fosfatidilcolina,
la sfingomielina e la fosfatidiletanolammina; sono inoltre ricche di
colesterolo, assente nei batteri, che sembra inibire l’azione di tali
peptidi conferendo una certa resistenza alle membrane. Un altro
fattore importante per la selettività è il valore del potenziale di
membrana: un potenziale più negativo all’interno della cellula, tipico
delle cellule batteriche (100-150 mV), facilita l’interazione del
peptide con lo strato lipidico.
Nel caso di batteri Gram-negativi è stato visto che
inizialmente il peptide interagisce con le molecole polianioniche di
lipopolisaccaride della membrana esterna ed è poi in grado di
permeabilizzarla o di essere captato all’interno. Nel caso dei batteri
Gram-positivi il peptide è invece probabilmente attratto dagli acidi
teicoici e teicuronici e da altri gruppi anionici che si trovano
esternamente allo strato di peptidoglicano.
Sono stati proposti due principali meccanismi
generali per spiegare l’effetto conseguente all’interazione dei
peptidi con la membrana citoplasmatica:
-un effetto "detergente", in cui la struttura
anfipatica di tali molecole interagirebbe con il doppio strato
lipidico, distruggendone l’organizzazione e determinando la
fuoriuscita dei componenti citoplasmatici;
-la fomazione di canali dovuta all’aggregazione dei
monomeri di peptide nel doppio strato lipidico.
Il primo meccanismo è supportato da evidenze di
permeabilizzazione del doppio strato in assenza di potenziale di
membrana, dall’ alta stechiometria di peptide richiesta per ottenere
la lisi, in contrasto con lo scarso numero di molecole richiesto per
la formazione di canali, e da studi strutturali che mostrano come
alcuni peptidi adottino prevalentemente una posizione parallela al
piano della membrana.
La formazione di un "poro" è stata invece supposta
dalla presenza di effetti cooperativi tra peptidi e dal posizionamento
perpendicolare del peptide nella membrana. In alcuni casi è stato
proposto un processo in cui il peptide, dopo aver inizialmente
ricoperto la membrana con uno strato orientato parallelamente alla
superficie, si inserirebbe perpendicolarmente all’interno una volta
raggiunta una elevata concentrazione.
Vi sono comunque delle eccezioni al meccanismo
generale d’azione sulla membrana: la buforina II, isolata dal Bufo
bufo, è in grado di penetrare nella cellula e di inibire la
funzioni cellulari legandosi al DNA e all’RNA (Park et al.,1998).
Anche i peptidi ricchi in prolina ed arginina agiscono solitamente in
modo differente, in quanto un’alta concentrazione di prolina è
incompatibile con la formazione di una struttura anfipatica.
CLASSIFICAZIONE DEI PEPTIDI ANTIMICROBICI
I peptidi antimicrobici si possono dividere per
composizione e per struttura secondaria in tre gruppi principali:
-peptidi contenenti cisteine, che formano nella
maggior parte dei casi ponti disolfuro; si distinguono due
sottoclassi:
a) peptidi contenenti più ponti disolfuro che
adottano una struttura a foglietto b
antiparallelo (defensine, tachiplesine);
b) peptidi con struttura a loop contenenti un solo
ponte disolfuro (bactenecine, brevinine, esculentine);
-peptidi che contengono un’alta percentuale di
aminoacidi specifici (PR-39, apidecina ed i peptidi bovini ricchi in
prolina e arginina Bac5 e Bac7);
-peptidi lineari che si strutturano ad
a -elica in ambiente idrofobico e che
assumono struttura random in soluzione; questo è il gruppo più
numeroso e più a fondo studiato, a cui appartengono la maggior parte
dei peptidi antimicrobici "classici" e di cui si conoscono moltissimi
esempi (cecropine, melittina, magainine, dermaseptine, temporine,
bombinine).
PEPTIDI CON STRUTTURA A b
FOGLIETTO
DEFENSINE
Le defensine sono peptidi immagazzinati nei granuli
citoplasmatici dei neutrofili di mammifero (topo, ratto, coniglio,
uomo) e nelle cellule di Paneth dell’inestino tenue.
Le a -defensine sono
costituite da 29-30 aminoacidi con elevato contenuto di arginina e sei
residui di cisteina, le cui posizioni sono conservate all’interno
della famiglia. Queste molecole sono accumulate nei granuli dei
neutrofili in forma attiva e sono rilasciate nei vacuoli fagocitici. I
neutrofili hanno la capacità di fagocitare e distruggere l’agente
invasore: questi peptidi costituiscono quindi un meccanismo ausiliario
all’uccisione "ossigeno dipendente" di cui sono responsabili i
leucociti.
Dai neutrofili bovini è stato isolato un gruppo di
13 defensine, le b -defensine, lunghe 38-42
residui contenenti sempre 6 cisteine in posizioni conservate, ma
diverse dalle a -defensine. Simile a questi
peptidi è anche il peptide antimicrobico tracheale (TAP) isolato dagli
epiteli delle vie aeree bovine.
Le defensine sono peptidi compatti, globulari
formati in maggior parte da 3 foglietti b
antiparalleli senza a elica; i 3 ponti
disolfuro conferiscono una certa rigidità alla struttura. La defensina
umana HNP-3 in cristalli forma dei dimeri a forma di cesto la cui base
è idrofobica , mentre i bordi contengono le catene polari dell’N- e
del C-terminale. Nonostante la differenza strutturale con i classici
peptidi che formano canali, anche le defensine sono in grado di
formare pori multimerici e di indurre così la lisi di vescicole
lipidiche tramite un meccanismo di tipo "tutto o nulla".
L’anfipaticità è dunque una caratteristica molto conservata, anche nel
caso di strutture tridimensionali diverse dalla classica
a elica: questo dimostra la sua importanza
per l’interazione con la membrana. Il fatto che peptidi di così
diversa composizione e struttura agiscano in modo simile, fa pensare
che tali molecole possano essere il prodotto di un’evoluzione
convergente.
TACHIPLESINE
Sono una famiglia di piccoli peptidi di 17-18
residui sintetizzati dagli emociti del crostaceo giapponese
Tachypleus tridentatus ed immagazzinati nei granuli di queste
cellule. Dati di NMR hanno suggerito una struttura a foglietto
b antiparallelo stabilizzata da due ponti
disolfuro tra i residui di cisteina 4-17 e 8-13. All’interno di tale
struttura gli aminoacidi idrofobici sono localizzati su un lato del
piano, mentre i sei residui cationici si trovano nella "coda" della
molecola: l’anfipaticità è dunque conservata anche in questo caso.
Questi peptidi hanno attività contro funghi,
batteri Gram-positivi e Gram-negativi. E’ stato visto che hanno la
capacità di legare i lipopolisaccaridi della membrana esterna dei
Gram-negativi tramite l’interazione dei 4 residui di arginina con i 2
gruppi fosforici del glicolipide del LPS: questo spiegherebbe la loro
particolare efficacia contro questi batteri.
PEPTIDI CON UN SOLO PONTE DISOLFURO
BACTENECINA
E’ isolata dai neutrofili bovini ed è lunga 12
residui. Ha una struttura ad ansa mantenuta da un ponte disolfuro ed è
attiva contro batteri Gram-positivi e Gram-negativi. Ha anche attività
citotossica sulle cellule neuronali e gliali.
BREVININE
Le brevinine-1 e 2 sono peptidi basici isolati
dalla pelle della rana coreana Rana brevipoda porsa e in
seguito dalla pelle di Rana esculenta. Questi peptidi
possiedono una cisteina all’estremità C-terminale che forma un ponte
disolfuro con una seconda cisteina posta sei residui a monte: le
sequenza ivi compresa è caretteristica per ciascuna classe. La
porzione N-terminale di queste molecole assume una conformazione ad
a elica anfipatica, mentre il ponte
disolfuro forma un anello C-terminale.
Le brevinine-1 derivano da un precursore di 71
aminoacidi contenente una sola copia di un peptide di 24 residui. La
struttura di tali molecole mostra analogie con quella della pipinina,
un peptide isolato dalla pelle di Rana pipiens che induce il
rilascio di istamina dai mastociti peritoneali di ratto.
Le brevinine-2 sono costituite da 28-30 aminoacidi
e derivano da precursori di 68-74 residui.
Le brevinine hanno attività sia contro batteri
Gram-positivi che Gram-negativi. Le brevinine-1 mostrano attività
anche contro alcuni lieviti, come la Candida albicans, e sono
fortemente emolitiche.
ESCULENTINE
Dalla secrezione cutanea di anfibi del genere
Rana esculenta sono stati isolati peptidi chiamati esculentina-1 e
-2 contenenti rispettivamente 46 e 37 residui. Anche nelle esculentine
si ha la presenza di un ponte disolfuro che determina la formazione di
un anello a 7 termini all’estremità C-terminale.
Le esculentine hanno una spiccata attività contro
batteri Gram-positivi e Gram-negativi, mentre non sono emolitiche.
L’esculentina-1, attiva anche contro i funghi, è una delle molecole
naturali con il più ampio spettro di attività che si conoscano.
PEPTIDI RICCHI DI ALCUNI AMINOACIDI (Arg, Pro, Trp)
APIDECINE
Sono peptidi di 18 residui isolati dall’emolinfa di
Apis mellifera. Hanno un elevato contenuto di prolina (29%) e
di arginina (17%). Sembrano essere in grado di legare uno specifico
recettore in quanto la forma tutta D dei peptidi è inattiva. Sono
attive contro i batteri Gram-negativi.
PR-39
PR-39, isolato dal maiale e successivamente
dall’uomo (FALL-39), è un peptide di 39 aminoacidi, di cui 10 Arg e 19
Pro, in grado di bloccare la sintesi del DNA e delle proteine. E’
attivo soprattutto contro i batteri Gram-negativi e si comporta da
fattore di crescita per le cellule di mammifero: è stato infatti
dimostrato che interviene nei processi di cicatrizzazione delle
ferite.
BAC5 E BAC7
Sono stati isolati dai neutrofili bovini, dove
vengono immagazzinati nei granuli citoplasmatici. E’ stato suggerito
che possano adottare una conformazione anfipatica in ambienti
idrofobici. Oltre all’attività antibatterica, inibiscono anche la
replicazione del virus Herpes simplex.
PEPTIDI AD a -ELICA
CECROPINA
I primi e tra i più studiati peptidi antimicrobici
degli insetti sono state le "cecropine", isolate dall’emolinfa della
larva della farfalla Hyalophora Cecropia; questa produce 3
diverse cecropine chiamate di tipo A,B e D. Sono peptidi lineari,
basici e composti da 35-37 residui che mostrano il 62-65% di omologia
nella sequenza primaria. Ricerche successive hanno identificato in
diversi animali numerosi peptidi classificati come cecropine, come ad
esempio la cecropina P1, un omologo isolato dall’intestino di maiale.
Per le cecropine degli insetti, molto attive contro
i batteri Gram-negativi, è stata ampiamente dimostrata la formazione
di canali in grado di dissipare il gradiente elettrochimico. Per la
Cecropina P1 invece, poco attiva contro i Gram-negativi, è stato
ipotizzato un meccanismo di tipo "detergente" in cui i monomeri di
a -elica anfipatica si dispongono sulla
superficie della membrana e successivamente ruotano inserendo i
residui idrofobici all’interno del doppio strato lipidico,
disintegrandolo e distruggendone l’impaccamento.
MELITTINA
La melittina è un peptide isolato dal veleno
dell’ape da miele Apis mellifera di 26 aminoacidi con 5-6
cariche positive in grado di legarsi alle membrane assumendo una
struttura ad a -elica anfipatica. E’ uno
dei peptidi studiati più a fondo e per questo motivo è utilizzata
spesso come riferimento per lo studio del meccanismo di nuove
molecole. La melittina forma pori multimerici di circa 25-30Å
di diametro ed ha un meccanismo d’azione del tipo "tutto o nulla".
Contrariamente a quanto accade per le cecropine, l’aumento di lipidi
carichi negativamente all’interno delle vescicole inibisce il potere
litico della melittina; ciò avviene probabilmente a causa della forte
interazione elettrostatica creatasi che impedisce la ridistribuzione
del peptide nel doppio strato.
La mellittina è da sempre nota anche come peptide
fortemente emolitico. E’ stato ipotizzato un meccanismo di tipo
colloide-osmotico in cui il peptide forma inzialmente dei piccoli
canali permeabili agli ioni nella membrana dell’eritrocita;
successivamente si ha rilascio di emoglobina che può essere misurato
valutando la variazione di assorbanza. La lesione aumenta di
estensione all’aumento di concentrazione del peptide; la grandezza del
poro può essere misurata utilizzando zuccheri e polioli osmoprotettivi
di differenti dimensioni.
E’ stato anche visto che la mellittina, come anche
altri peptidi emolitici, può danneggiare alcuni tipi di cellule
eucariotiche, come i fibroblasti di topo, senza però distruggerle,
agendo anzi come co-mitogeno.
MAGAININE
Le magainine sono peptidi di 23 residui secreti
dalla pelle della rana africana Xenopus laevis. Sono in grado
di proteggere le rane dall’infezione di molti ceppi batterici e
mostrano attività anche contro funghi, protozoi ed alcuni tipi di
cellule tumorali, ma non sono emolitici.
A basse concentrazioni la magainina si lega
parallelamente alla superficie della membrana associandosi alle
"teste" polari dei fosfolipidi; aumentando la concentrazione il
peptide si dispone perpendicolarmente al doppio strato lipidico
formando canali ionici di tipo "toroidale" in cui i monomeri non
subiscono aggregazione e non sono in contatto tra loro ma assumono la
funzione di rilasciare lo stress della membrana.
DERMASEPTINE
Sono peptidi estratti dalla secrezione di pelle di
rane sudafricane della sottofamiglia Phyllomedusinae, da cui sono
stati estratti anche peptidi oppioidi come le dermorfine e le
deltorfine.
La dermaseptina proviene dalla Phyllomedusa
sauvagei ed è costituita da 27 aminoacidi.
L’adenoregulina Ë un peptide di 33 aminoacidi
estratto dalla Phyllomedusa bicolor.
Tali peptidi mostrano attività contro alcuni funghi
filamentosi.
TEMPORINE
Sono una famiglia di peptidi amidati al C-terminale
e contenenti 10-13 aminoacidi isolati dalla secrezione di Rana
temporaria. Esse mostrano una certa omologia di sequenza
con la melittina, ma sono prive di attività emolitica. Sono
particolarmente attive contro i batteri Gram-positivi.
BOMBININE
E’noto da più di 20 anni che la secrezione di
Bombina variegata, una rana Europea, possiede attività
antimicrobica ed emolitica. Quest’attività fu originariamente
attribuita alla bombinina, un peptide di 24 aminoacidi isolata nel
1967. Successivamente sono stati isolati dalla pelle di Bombina
orientalis 3 peptidi bombinino-simili, BLP1-3 di 25-27 aminoacidi.
Si tratta di peptidi cationici, anfipatici e mostrano una forte
omologia di sequenza con la bombinina. I BLP hanno mostrato attività
antimicrobica superiore alla magainina 2, ma non hanno attività
emolitica significativa.
Nel nostro laboratorio più recentemente sono stati
isolati da estratti metanolici della pelle di B.variegata dei
peptidi correlati alla bombinina. Questi mostrano attività
antibatterica ma non emolitica e sono formati da 27 aminoacidi con la
parte C-terminale identica e quella N-terminale variabile. Utilizzando
sonde olinucleotidiche derivate da tale regione costante, sono stati
isolati molti cloni codificanti per i precursori di questi peptidi
bombinino-simili. Dalla sequenza dei precursori, è stata predetta e
successivamente confermata l’esistenza di altri peptidi che sono stati
chiamati bombinine H, dal momento che sono molto più idrofobici della
bombinina e non correlabili strutturalmente ad essa.
In generale la bombinine hanno attività sia contro
batteri Gram-positivi che Gram-negativi. Le bombinine H, come vedremo,
hanno anche una discreta attività citotossica verso le emazie.
BOMBININE H
Sono peptidi di 17-20 aminoacidi caratterizzati da
una sequenza N-terminale Ile-Ile-Gly... e da una sequenza
carbossi-terminale Leu-Leu o Leu-Leu-Lys-Lys-Ile, a seconda del
processamento subito.
La carica netta +3, determinata con saggi di
mobilità elettroforetica, indica che il COOH-terminale è amidato.
Molti peptidi bioattivi, neurotrasmettitori e ormoni sia negli
invertebrati che nei vertebrati sono caratterizzati dall’amidazione
del C-terminale: tale reazione post-traduzionale è operata da un
enzima bifunzionale, la PAM (peptidylglicine a
-amidating monooxygenase), che è stato isolata anche dalla pelle di
rana. La reazione procede attraverso l’ossidazione di un residuo di
glicina che segue l’ultimo residuo nella proteina matura: si ha così
la formazione del peptide amidato mentre viene rilasciato gliossilato.
Il gruppo amidico generalmente è essenziale per l’attività di tali
molecole ed è implicato nel mantenimento della loro stabilità.
Sono state caratterizzate diverse varianti di
bombinine H che differiscono tra loro per la presenza di isoleucina o
leucina in prima posizione, leu o met nell’ottava e,
sorprendentemente, isoleucina o D-alloisoleucina in seconda posizione.
La presenza di un D-aminoacido è una peculiarità di questa classe di
peptidi in quanto fino ad ora non erano mai stati trovati peptidi con
attività antimicrobica contenenti tali enantiomeri.
DIFFUSIONE E FUNZIONE DEI D-AMINOACIDI IN NATURA
E’ noto da molto tempo che alcuni antibiotici di
origine batterica, come la gramicidina e la tirocidina, contengono
enantiomeri di forma D. Il primo peptide di origine animale contenente
un D-aminoacido, la dermorfina, fu isolato dalla pelle della
Phyllomedusa sauvagei, una rana del Sud America: questo peptide ha
una potente attività oppioide e contiene un D-aminoacido in seconda
posizione. Successivamente sono state trovate altre dermorfine e
deltorfine, peptidi oppioidi con alta selettività per i recettori
m e d , nella
pelle di differenti specie della sottofamiglia Phyllomedusinae.
D-aminoacidi sono stati trovati anche in due neuropeptidi isolati dal
cervello di serpente e in peptidi prodotti da altri organismi
(crostacei, ragni).
Nella maggior parte dei casi il residuo D si trova
in seconda posizione e l’isomero corrispondente contenente
l’L-aminoacido risulta privo di attività biologica. Ciononostante
entrambi gli isomeri si possono isolare dalla loro rispettiva fonte
biologica: nel caso delle bombinine H, infatti, nella secrezione della
pelle di B. variegata sono state trovate anche piccole quantità
di isomeri contanenti L-alloisoleucina. La presenza di tale forma può
essere spiegata presupponendo che la reazione di conversione non sia
completa. Infatti, dal momento che l’isoleucina è codificata da un
normale codone, si è giunti alla conclusione che avvenga una reazione
post-traduzionale in cui viene cambiata la configurazione del carbonio
a . Per anni si è cercato l’enzima con
attività di racemasi responsabile di tale modifica post-traduzionale:
recentemente è stata isolata una frazione enzimatica estratta dalla
secrezione di B.variegata in grado di formare
Ile-D-allo-Ile-Gly da Ile-Ile-Gly. Questo suggerisce l’ipotesi che
l’isomerizzazione sia una modifica tardiva che avverrebbe dopo il
taglio del precursore da parte della specifica proteasi: la reazione
procederebbe attraverso la deprotonazione e la riprotonazione del
C-alfa del secondo residuo a partire dall’N-terminale.
Quale può essere la funzione di questa particolare
modifica. Certo è che la formazione post-traduzionale di D-aminoacidi
incrementa la diversità di prodotti che possono essere sintetizzati da
un solo gene. Inoltre si può avere la formazione di nuovi elementi
strutturali, essenziali per l’attività biologica. Infine, i peptidi
contenenti D-aminoacidi sono molto più resistenti alle proteasi.
Per quanto riguarda le bombinine H la forma
contenente l’enantiomero D è nella maggior parte dei casi quella
dotata di maggiore attività biologica ma la ragione rimane ancora
oscura. La conversione dalla forma L alla D potrebbe essere in alcuni
casi un modo per convertire attraverso un solo passo un precursore
inattivo in una forma dotata di forte attività.
STRUTTURA E REGOLAZIONE DEI GENI DELLE BOMBININE
Molti geni correlati all’immunità sono sotto il
controllo del fattore di trascrizione nucleare NFk
B, appartenente alla famiglia Rel, e dei suoi diversi inibitori
chiamati Ik Bs. Nei mammiferi è stato
dimostrato che i glucocorticoidi inducono una drammatica sintesi
dell’inibitore Ik Ba
che è in grado di prevenire la traslocazione di NFk
B nel nucleo, in modo da bloccare la trascrizione dei geni il cui
promotore contiene siti per tale proteina. Negli insetti questo
meccanismo è utilizzato per il controllo sia dello sviluppo che
dell’immunità.
Recentemente è stato dimostrato nel nostro
laboratorio che il trattamento della pelle di Rana esculenta
con glucocorticoidi inibisce completamente la sintesi de novo
dei peptidi antimicrobici normalmente presenti nel secreto. Inoltre,
utilizzando anticorpi umani contro Ik Ba
tramite immunoblotting è stata trovata una grande quantità di questo
inibitore nel citoplasma delle cellule epiteliali. Questi risultati
suggeriscono che in vivo tale anfibio regola
l’espressione dei geni per i peptidi antimicrobici attraverso un
meccanismo di tipo NFk B/Ik
Ba .
Per quanto riguarda la B. orientalis,
è stata determinata nel nostro laboratorio la sequenza di due geni
codificanti per i peptidi antimicrobici. Il primo gene sequenziato è
costituito da due esoni separati da un largo introne: l’esone 1
codifica per il peptide segnale, mentre l’esone 2 contiene le
informazioni genetiche per 2 copie identiche di BLP-3 e per un nuovo
peptide HG-1 (gene omologo alle bombinine H). Il secondo gene è
organizzato con una struttura simile ma contiene l’informazione per
una sola copia di un nuovo BLP e per un altro nuovo peptide omologo
alle bombinine H, HG-2. E’ stato visto che la regione del promotore di
entrambi contiene siti di riconoscimento per NFk
B e per altri fattori nucleari come NF-IL6. Esperimenti in vivo hanno
dimostrato che il contatto con i batteri è sufficiente ad indurre un
notevole aumento di peptidi nella secrezione, aumento soppresso da un
pretrattamento con glucocorticoidi.
INTRODUZIONE ALLA CROMATOGRAFIA
Le tecniche cromatografiche rappresentano un ampio
gruppo di procedimenti separativi basati sulla dinamica di
distribuzione dei costituenti una miscela contraenti interazioni
deboli di diversa energia con una fase stazionaria ed una fase mobile
che la attraversa. Tali interazioni determinano la velocità di
migrazione di ciascun componente. L'ottimizzazione dei vari parametri
cromatografici tende a determinare per ciascun componente una sua
specifica velocità di movimento lungo la fase stazionaria fino ad
ottenerne la completa separazione fisica dagli altri. Le tecniche
cromatografiche sono definite in base ai principi fisico-chimici che
sfruttano, classicamente sono suddivise in: adsorbimento,
ripartizione, scambio ionico, filtrazione molecolare.
CROMATOGRAFIA DI ADSORBIMENTO
La cromatografia di adsorbimento utilizza fasi
stazionarie sulla cui superficie sono esposti gruppi chimici attivi
tendenzialmente come acidi (silice) o come basi (allumina). Per
convenzione le fasi stazionarie polari sono dette normali e le
separazioni avvengono in fase diretta.
CROMATOGRAFIA DI RIPARTIZIONE
Questa metodica cromatografica sfrutta la diversa
tendenza delle sostanze da separare a ripartirsi tra una fase mobile
ed un sottile strato di liquido che riveste un supporto solido, tra
loro immiscibili.
La fase stazionaria, generalmente silice, viene ad
essere foderata da gruppi quali catene alifatiche o gruppi metilici
che le conferiscono caratteristiche spiccatamente apolari. La
cromatografia ottenibile in queste condizioni è detta in fase
inversa.
CROMATOGRAFIA A SCAMBIO IONICO
Sono tecniche che si basano sull'uso di particolari
materiali detti scambiatori di ioni che hanno la capacità di
scambiare gli ioni inizialmente ad essi legati con gli ioni presenti
in una soluzione. In cromatografia a scambio ionico la fase
stazionaria è costituita da un polielettrolita insolubile formato da
una matrice cui sono legati covalentemente gruppi ionizzabili,
cationici o anionici. Nella fase mobile sono presenti ioni liberi,
contro-ioni , che possiedono carica opposta a quella dei gruppi
fissi. La competizione tra i contro-ioni ed i gruppi carichi degli
analiti verso gli ioni fissi, al variare della forza ionica o del pH,
permette la separazione dei vari componenti la miscela.
Le fasi stazionarie scambiatrici di cationi più
usate sono costituite da resine con gruppi solfonici o carbossilici,
le scambiatrici di anioni contengono gruppi ammonici quaternari.
CROMATOGRAFIA PER FILTRAZIONE MOLECOLARE
Questo metodo cromatografico è basato
essenzialmente sulla separazione fisica dei componenti una miscela in
relazione alle loro dimensioni molecolari. Il gel costituente la fase
stazionaria è un polimero di molecole lineari formanti un reticolo
tridimensionale a porosità definita, gli analiti a seconda delle
dimensioni penetrano dentro i pori della fase stazionaria. Le molecole
di maggiori dimensioni eluiscono più rapidamente dato che a causa
dell'ingombro sterico sono impossibilitate a penetrare nel reticolo e
scorrono lungo la superficie del gel. Per le molecole più piccole la
velocità di eluizione è funzione della loro probabilità di penetrare
nei pori.
PURIFICAZIONE IN HPLC DEI PEPTIDI PRESENTI NELLA
SECREZIONE DI RANA
La secrezione, liofilizzata, è stata sciolta in 500
m l di una soluzione al 20% di etanolo; un
1/15 del suddetto volume è frazionato in HPLC, utilizzando un
cromatografo WATERS, equipaggiato con un Detector 486. E' stata
utilizzata una colonna a fase inversa C8, (5 mm), narrow bore (2x250
mm, Vydac).
I peptidi sono stati eluiti con il seguente
gradiente:
– solvente B: 0,2% TFA in
acetonitrile/isopropanolo, 4:1.
L'eluizione dei peptidi, ad un flusso di 0,2
ml/min, è stata seguita a 220 nm.
Le frazioni sono state raccolte manualmente
osservando l’andamento dell’eluizione su monitor.
Le frazioni vengono liofilizzate e una aliquota
viene utilizzata per l’analisi delle capacita’ antibiotiche e
citolitiche.
Anche i microrganismi come tutti gli esseri
viventi, per poter compiere le loro funzioni vitali e riprodursi
devono trovare nell’ambiente in cui vivono tutte le sostanze
necessarie per il rifornimento di energia e per i processi
biosintetici che hanno luogo nelle cellule.
Nei terreni liquidi, la crescita microbica può
essere seguita osservando l’aumento della torbidità; nei terreni
solidi, ovvero in piastra, invece, le singole cellule si riproducono
nel punto in cui vengono a trovarsi dando luogo alla formazione di
colonie, cioè gruppi di cellule costituiti da una popolazione omogenea
perché derivante da una singola cellula.
Per solidificare i terreni si utilizza un polimero
del galattosio detto agar che non essendo utilizzato come fonte di
carbonio non influenza la crescita dei microrganismi.
DETERMINAZIONE DEL NUMERO DI CELLULE DURANTE LA
CRESCITA IN TERRENO LIQUIDO
Il metodo di gran lunga più utilizzato è quello
basato sulla torbidità della coltura che può essere determinata
rapidamente allo spettrofotometro. Tale torbidità è causata dalla
diffusione della luce dovuta all’alto indice di rifrazione dei
batteri. Si usano in genere lunghezze d’onda comprese tra 500 e 600 nm
e la torbidità varia linearmente col numero di cellule batteriche.
E’ possibile pertanto ricavare indicazioni
numericamente abbastanza precise eseguendo curve di taratura che
mettono in relazione la torbidità misurata con il numero di cellule
batteriche che è possibile conoscere eseguendo successivi prelievi
della coltura in crescita per la semina in piastra.
Mediante il metodo della conta in piastra di
cellule vive è possibile ottenere una curva di crescita che indica
l’evoluzione numerica di una popolazione microbica dal momento della
sua semina a quello della morte di tutte le cellule. Ciò permette di
stabilire il tempo che intercorre tra una divisione e l’altra e
l’influenza che possono avere la composizione del terreno e fattori
fisici ambientali quali il pH, la temperatura...importanti quando si
vogliano rendere ottimali le condizioni di crescita.
Poiché le forme microbiche si riproducono
asessualmente per divisione binaria, la crescita è di tipo
esponenziale, ovvero il numero di cellule presenti dopo un certo tempo
sarà uguale a 2n dove n rappresenta il numero di divisioni che si sono
avute in un certo intervallo di tempo. Se si riporta in un grafico il
numero delle cellule determinate in piastra in funzione del tempo
partendo dal momento in cui si effettua la semina, avremo un andamento
esponenziale; riportando i sull’ascissa il tempo e sull’ordinata il
logaritmo del numero delle cellule si ha pertanto una retta.
Si possono riconoscere 4 fasi in cui la 1 e la 3
essendo parallele all’ascissa indicano momenti in cui le cellule non
si riproducono e sono chiamate rispettivamente fase lag e fase
stazionaria.
Tra esse vi è la fase esponenziale di crescita
(fase2). La 4 fase (fase di mortalità) indica che da un certo momento
in poi le cellule diminuiscono numericamente con andamento
esponenziale.
1) dalla composizione del terreno colturale da cui
le cellule sono prelevate e quello in cui vengono inoculate: se ad
esempio varia la fonte di C o N la durata di tale fase corrisponderà
al tempo impiegato per la sintesi degli enzimi necessari a
metabolizzare i nuovi composti;
3) dall’età della coltura seminata: se le cellule
della semina sono vecchie le loro attività metaboliche riprenderanno
più lentamente;
4) dal numero di cellule seminate: maggiore sarà il
numero di cellule inoculate, minore la durata della fase lag.
L’attività antimicrobica dei peptidi è stata
analizzata con il metodo del "Saggio della zona di inibizione". Tale
metodologia si è rivelata essere molto più efficiente nell’analisi dei
peptidi antimicrobici rispetto al metodo della minima concentrazione
inibente (MIC), largamente utilizzato per gli antibiotici classici,
poichè il diametro della zona di inibizione è proporzionale alla
concentrazione del peptide anche in presenza di elevate
concentrazioni. Inoltre, da misure dell’alone d’inibizione a
concentrazioni diverse del peptide è possibile calcolare la
concentrazione letale (LC) in termini di molarità. Va evidenziato che
per il metodo MIC è spesso necessario utilizzare quantità molto
piccole di campione, il che aumenta molto il margine di errore.
Inoltre va considerato che i peptidi antimicrobici
agiscono secondo una reazione ad andamento stechiometrico; il diametro
della zona di inibizione risulta proporzionale al logaritmo della
concentrazione in un intervallo che va da 0,05 a 10
m M, il che permette di ottenere curve di
taratura utili per risalire alla concentrazione del peptide stesso.
L’attività antimicrobica dei peptidi in esame è
normalmente analizzata mediante il saggio della zona di inibizione su
piastre di agarosio infettate con vari ceppi batterici: Bacillus
megaterium BMII, Staphylococcus aureus Cowan I
(Gram-positivi) o E. coli D21, E.coli D22, Yersinia
pseudotubercolosis YPIII, Pseudomonas aeruginosa ATCC15692, Aeromonas
hydrophila Bo-3N e Enterobacter agglomerans Bo-1S
(Gram-negativi). I batteri vengono fatti crescere in 10 ml di terreno
LB fino a una densità ottica di 1 a 590 nm. Le cellule vengono poi
diluite 1:6000 (per i ceppi Gram-negativi) o 1:1200 (per i ceppi
Gram-positivi) prima di essere piastrate. Su ogni piastra (Falcon,
diametro 11 cm) vengono versati 6 ml di agarosio (Sigma, A6013) all'1%
miscelato con terreno di coltura LB contenente circa 4,8x105
unità di batteri capaci di formare colonie (cfu).
Un numero definito di pozzetti nel letto di
agarosio, ben asciutto, viene prodotto utilizzando un apposito
perforatore, una pipetta Pasteur collegata ad una pompa ad acqua.
Occorre fare attenzione a non rovinare il margine del pozzetto, per
evitare la formazione di zone di inibizione asimmetriche che
renderebbero difficoltosa la misura dell'alone di inibizione. Si
depongono 3 m l della soluzione in esame in
ciascun pozzetto. Dopo 30 min le piastre vengono poste in incubatore a
30°C per 12 ore. La concentrazione letale viene determinata con un
opportuno programma per microelaboratore misurando il diametro degli
aloni di inibizione ottenuti con diluizioni in serie della sostanza
esaminata.
E’ necessario fare attenzione ad alcuni parametri,
come la precisione del prelievo, la qualità delle piastre (che devono
essere perfettamente piatte), l’utilizzo di una superficie in piano,
ambiente sterile, ecc.
Inoculare una singola colonia in 10 ml di LB,
crescere a 37°C sino a densità ottica 1 a 590 nm. Diluire le cellule a
106 cell/ml in PBS (in NaCl 0.45% per Bo-3N).
-Incubare le piastre per 12-15 ore a 30°C.
-Contare le colonie.
Il potere citolitico dei peptidi può essere
convenientemente analizzato in solido con un procedimento analogo a
quello del saggio di inibizione, mediante determinazione dell’alone di
lisi su piastra di agarosio:
-Centrifugare per 10 min a 3000 rpm.
-Rimuovere il sopranatante.
-Lavare per due volte con 10 ml di NaCl 0.9%.
-Centrifugare per 10 min a 3000 rpm.
-dissolvere 1 g di agarosio Sigma A-3069 in 100 ml
di NaCl 0,9% e mantenere a 50°C;
-incubare per 12 ore a 37°C.